Sonnedix accumula 2,8 GW di batterie in pipeline, ma l’assenza di aste MACSE rende incerti i ricavi futuri degli impianti
Lo scorso 17 luglio Sonnedix ha annunciato di aver rilevato un portafoglio di batterie da 260 MW a Tuscania, in provincia di Viterbo. Due progetti standalone, uno da 160 MW e l’altro da 100, entrambi con quattro ore di durata, sviluppati da Sphera Energy. Aggiunti ai conti già in pancia alla società, l’operazione ha portato la pipeline di accumulo complessiva di Sonnedix a quota 2,8 GW, stando a quanto dichiarato dall’azienda. I numeri sono quelli che fanno titolare un comunicato stampa e disegnare frecce verso l’alto sulle slide per gli investitori. Eppure, a guardarli da vicino, raccontano una storia diversa da quella che sembrano raccontare. Perché 2,8 GW di batterie in pipeline per un solo operatore, in un Paese che non ha ancora celebrato la sua prima asta MACSE, non è un traguardo: è un paradosso.
Dal test di 18 MW alla maxi-acquisizione: l’accelerazione Sonnedix
A fine estate 2025 Sonnedix muoveva i primi passi nello storage italiano con un progetto pilota da 18 MW/4H in Sicilia, co-localizzato con un impianto fotovoltaico da 70 MW allora in costruzione. Era il classico assaggio: un cantiere piccolo, ibridato, utile a testare permessi, connessioni e logiche operative in un mercato che prometteva molto ma manteneva poco. È passato meno di un anno. Oggi la società controllata da Capital Dynamics — il fondo che dalla pandemia in poi ha messo la transizione energetica al centro del portafoglio — si presenta con una pipeline mostruosa e un’acquisizione che da sola vale quasi quindici volte il primo progetto siciliano.
L’operazione su Tuscania è figlia dello stesso sviluppatore che aveva già piazzato asset con Pacific Green: Sphera Energy ha un track record di oltre 900 MW di progetti autorizzati su un pipeline complessivo di 2 GW in sviluppo. Numeri che ne fanno uno dei player più attivi nella fase che conta — quella dei permessi — e insieme il fornitore preferito di chi, come Sonnedix, i permessi preferisce comprarli già confezionati. Non è un dettaglio tecnico: è la fotografia di un mercato in cui lo sviluppo locale è sempre più funzionale alle strategie di fondi esteri, e dove il valore si crea molto prima che un elettrone venga effettivamente immagazzinato.
Il risiko dello storage: chi compra, chi vende, chi resta fuori
Il portafoglio appena rilevato non è il primo affare tra Sphera Energy e un big internazionale. Nei mesi scorsi la società italiana aveva già ceduto a Pacific Green un portafoglio di 500 MW di progetti BESS, con una peculiarità tecnica non banale: durata fino a sei ore, superiore ai quattro canonici dei progetti Tuscania. Due acquirenti diversi, due tagli di progetto differenti, stesso venditore. È il segnale che la pipeline italiana di batterie sta diventando una piattaforma di approvvigionamento per operatori che hanno capitali, pazienza e una view di medio-lungo periodo sul mercato europeo della flessibilità. Ma anche che lo sviluppo in Italia è ormai un mestiere a sé: lo fai bene, lo fai veloce, e poi lo cedi a chi ha il bilancio per portarlo in esercizio.
La domanda che segue è immediata: chi resta fuori? Enel, Eni, i grandi incumbent energetici nazionali, hanno annunciato piani ambiziosi sullo storage, ma finora il grosso delle transazioni visibili sul mercato secondario porta la firma di fondi e sviluppatori indipendenti. A marzo di quest’anno, la stessa Sonnedix aveva già spinto la sua capacità rinnovabile in Italia oltre 1 GW, acquisendo sei impianti fotovoltaici con PPA di lungo termine. L’integrazione verticale tra solare e batterie è la scommessa dichiarata. Ma integrare significa anche saper vendere energia e servizi di rete su mercati che oggi, in Italia, per lo storage sono largamente insufficienti.
E qui si incastra il terzo pezzo del puzzle. Pacific Green entra con 500 MW, Sonnedix sale a 2,8 GW: il mercato italiano dell’accumulo sta attirando capitali pazienti che scommettono su una futura scarsità di flessibilità. Ma la generazione di cassa per queste batterie, al netto dei PPA ibridi, dipenderà da segnali di prezzo che oggi non esistono, o che esistono solo in forma embrionale. Senza un quadro di remunerazione chiaro, il rischio è che i 2,8 GW di Sonnedix restino a lungo sulla carta, buoni per i comunicati stampa ma inutilizzabili nei bilanci.
Il convitato di pietra si chiama MACSE
Anche con 2,8 GW di progetti, la domanda che nessuno ha posto quando Sonnedix ha annunciato l’acquisizione è quella decisiva: a cosa serviranno tutte queste batterie? La risposta canonica è «servizi di rete e time-shift dell’energia». Ma perché la risposta sia credibile serve un meccanismo di approvvigionamento di capacità di stoccaggio di lungo termine, ovvero il MACSE, il mercato a termine degli stoccaggi che il regolatore italiano ha disegnato e che Terna dovrebbe gestire. Peccato che quell’asta, attesa come il convitato di pietra del sistema elettrico nazionale, non sia ancora partita, tra rinvii, consultazioni e nodi aperti sulla remunerazione.
Nel frattempo gli sviluppatori corrono, i fondi comprano, i comunicati stampa si accumulano. Ma senza un termometro che misuri la febbre — senza, appunto, il MACSE — si rischia la cura sbagliata. Batterie che non generano ricavi adeguati restano scatole di litio e inverter parcheggiate in attesa di giorni migliori. E il paradosso italiano dello storage, alla fine, si riassume in una riga: 2,8 GW di ambizioni, zero aste di capacità all’orizzonte.




