Il disegno di legge regionale sulle aree idonee fissa limiti allo 0,8% della superficie agricola

Provate a mettervi nei panni di un agricoltore della pianura alessandrina con una decina di ettari di terreno. Un giorno si presenta qualcuno a proporvi un impianto agrivoltaico: pannelli rialzati di qualche metro, sotto i quali potete continuare a coltivare mais o grano, e in cambio vi garantiscono un canone annuo per vent’anni. Sembra una buona idea, finché sentite parlare di incendi a batterie di accumulo, di campi che prendono fuoco, di sindaci che dicono no. Accettereste? La questione non è ipotetica: in queste settimane il Consiglio regionale del Piemonte sta discutendo una legge che potrebbe decidere quanti progetti di questo genere vedranno la luce sul territorio nei prossimi anni, e alcuni partiti di opposizione stanno chiedendo limiti ancora più severi per i sistemi di accumulo di energia a batteria e per i progetti agrivoltaici. Ma quella paura del fuoco è fondata? E, soprattutto, cosa c’entra con la legge regionale?

La paura del fuoco nel campo

Partiamo da un fatto concreto: l’installazione di grandi batterie di accumulo comporta un aggravio del rischio di incendio. Lo dicono anche le linee guida dei vigili del fuoco per i BESS pubblicate già a fine dicembre 2024. C’è però un dettaglio tecnico che sfugge a molti: a differenza di altre attività a rischio, i sistemi di accumulo non sono soggetti al cosiddetto “certificato prevenzione incendi” previsto dal D.P.R. 151/2011. In pratica, per aprire un impianto di stoccaggio non serve la stessa trafila burocratica che serve per un’officina meccanica. È un vuoto normativo che le linee guida dei vigili del fuoco hanno cercato di tamponare, ma che alimenta comprensibili timori a livello locale.

Il nostro agricoltore, però, deve sapere due cose. La prima: le batterie di accumulo sono generalmente separate fisicamente dall’impianto agrivoltaico, non stanno sotto i pannelli o nel campo coltivato. La seconda: i rischi si gestiscono con regole chiare, non con divieti generalizzati. Quando un Comune dice “no” a un progetto perché teme incendi, spesso lo fa senza strumenti normativi solidi alle spalle. Ecco perché diventa cruciale — anzi, ecco perché diventa decisivo — il modo in cui la Regione decide di regolamentare la materia.

I numeri della discordia

Dietro ai timori locali c’è una battaglia politica che si gioca sui numeri. Lo scorso 10 aprile la Giunta piemontese ha approvato e trasmesso al Consiglio regionale il disegno di legge n. 136/2026 sulle aree idonee per le rinnovabili. All’articolo 3 si leggono due limiti precisi: le aree agricole qualificabili come idonee non possono superare lo 0,8% della superficie agricola utilizzata a livello regionale, e ogni singolo Comune non può andare oltre il 2% della propria SAU. Dentro questo tetto vanno conteggiati anche gli impianti agrivoltaici già in esercizio o già autorizzati. Tradotto: se il vicino ha già un campo fotovoltaico, per voi lo spazio potrebbe essere già finito.

Ora, 54 emendamenti di opposizione — depositati nei giorni scorsi — provano a stringere ulteriormente quei limiti, spingendo per criteri ancora più restrittivi sulle aree concesse agli impianti con batterie e all’agrivoltaico. Sembra una scelta prudente, ma si scontra con una realtà più ampia. Già a marzo 2025 l’Italia era il terzo mercato europeo per lo stoccaggio di energia, con 11,27 GW di potenza complessiva tra impianti operativi e progetti in fase di sviluppo, dietro solo a Regno Unito e Germania. Non stiamo parlando di una nicchia: è un settore che sta crescendo rapidamente e che è destinato a un ulteriore balzo con il meccanismo MACSE, che assegnerà altri 10 GWh di nuova capacità di stoccaggio elettrico in tutta Italia.

Il punto non è se le batterie servano — servono, perché senza accumulo l’energia solare prodotta di giorno non la ritroviamo la sera, e la rete elettrica nazionale ha bisogno di riequilibrare continuamente domanda e offerta. Il punto è dove costruirle, e con quali regole. Un limite rigido come lo 0,8% regionale e il 2% comunale non dà risposte sulla sicurezza: si limita a dire “qui no”. Ma se il problema sono gli incendi, allora servono standard tecnici imposti dalla legge, non divieti di localizzazione. Altrimenti il messaggio per gli investitori è semplice: altrove è più facile.

Un treno da non perdere

Ed è qui che il nostro agricoltore dovrebbe drizzare le antenne. Perché i limiti che il Piemonte sta discutendo rischiano di allontanare proprio quegli investimenti che potrebbero portare canoni annui, opere di compensazione per i Comuni e infrastrutture elettriche moderne. Prendete Jinko Power: già nel marzo 2025 l’azienda aveva consolidato una pipeline italiana di circa 300 MW, per metà batterie e per metà fotovoltaico, con l’intenzione di raddoppiarla a 600 MW entro lo stesso anno. Si tratta di progetti brownfield — cioè su terreni già antropizzati o degradati — e di acquisizioni di progetti “pronti a costruire”. Non sono chimere: sono cantieri che potrebbero aprire in provincia di Alessandria, Cuneo o Novara, portando lavoro e indotto.

Ma un progetto di batterie da 150 MW ha bisogno di sapere in anticipo dove può insediarsi. Se la mappa delle aree idonee diventa un labirinto di tetti percentuali e veti incrociati, il capitale va altrove — in Lombardia, in Emilia-Romagna, o all’estero. L’ironia è che il MACSE, il meccanismo nazionale per l’assegnazione di nuova capacità di stoccaggio, dovrebbe proprio servire a dare certezze di lungo termine agli operatori: contratti di approvvigionamento che rendono sostenibile l’investimento. Ma se la Regione restringe troppo il perimetro, quella certezza nazionale si scontra con l’incertezza locale.

Il Piemonte ha di fronte una scelta che inciderà sulla vita di molti cittadini e imprese nei prossimi dieci-quindici anni. Si può scegliere di governare la transizione energetica con regole chiare e requisiti di sicurezza stringenti, oppure di rallentarla con limiti percentuali che non rispondono ai veri problemi e fanno scappare gli investimenti. La transizione energetica non può essere fermata, ma può essere ostacolata. Spetta ai piemontesi — e ai loro rappresentanti in Consiglio regionale — decidere se il loro territorio sarà protagonista o spettatore.