La vendita ha permesso ad Alpiq di cancellare il 60% delle emissioni dal bilancio, ma le centrali continuano a bruciare
Il giorno in cui Alpiq ha ceduto due centrali a carbone nella Repubblica Ceca, le sue emissioni di CO₂ sono crollate del 60 per cento. Un taglio netto, da manuale. Peccato che le ciminiere non abbiano smesso di fumare.
Alla fine di agosto del 2019, il gruppo energetico Alpiq ha chiuso l’operazione che ha trasferito gli impianti di Kladno e Zlín all’investitore ceco Pavel Tykač, attraverso il suo Seven Energy Group. Per i contabili del gruppo con sede a Losanna il risultato è stato un immediato alleggerimento del bilancio emissivo: un meno 60 per cento annuo di CO₂, come certificato sul registro societario. Niente più polveri, niente più tonnellate di anidride carbonica da dichiarare. Un’operazione pulita, almeno sulla carta. E qui comincia il cortocircuito.
Il trucco dei numeri verdi
Quel 60 per cento ha il sapore di una magia contabile che il giornalismo di policy conosce bene: si vende un asset e la responsabilità climatica svanisce dal perimetro aziendale. Non è un inganno, intendiamoci. È il funzionamento ordinario della rendicontazione: ciò che non possiedi più non lo conteggi più. Eppure il dato racconta una storia diversa da quella che il numero vorrebbe suggerire. Perché Alpiq non ha spento due centrali a carbone — le ha semplicemente girate a qualcun altro. Qualcuno che, stando a quanto riportato, continua a farle funzionare.
La differenza tra decarbonizzare e dismettere la proprietà è tutto tranne che un tecnicismo. È la faglia su cui si gioca la credibilità dei target climatici di mezzo continente. Se una utility può migliorare del 60 per cento il proprio profilo emissivo senza che un solo megawattora di produzione venga sostituito da fonti pulite, allora il mercato sta premiando un’operazione finanziaria, non una transizione energetica. E il regolatore — europeo, nazionale, svizzero che sia — dovrebbe chiedersi se gli obblighi di disclosure non stiano diventando un alibi per spostare il problema fuori dal campo visivo.
Già nel 2019, quando la cessione fu completata, il meccanismo era perfettamente legale. E lo è ancora oggi, nel 2026. Le norme contabili non impongono di tracciare le emissioni una volta che l’asset esce dal bilancio consolidato. Il risultato è che il taglio del 60 per cento è entrato nella narrazione ufficiale come un passo di sostenibilità, mentre le tonnellate di CO₂ continuavano a salire in atmosfera, identiche a prima, solo con un’intestazione diversa.
Per chi fa analisi di policy l’interrogativo è secco: una riduzione delle emissioni che non corrisponde a una riduzione reale ha davvero valore climatico? O stiamo costruendo un sistema di incentivi che premia chi vende il carbone a qualcun altro, lasciando al pianeta il conto da pagare?
Un gigante nato da una fusione
Riavvolgiamo il nastro. Alpiq non è un comprimario dell’energia europea. Nata nel 2009 dalla fusione tra Atel Holding AG — la vecchia Aare-Tessin AG für Elektrizität — e EOS S.A., l’azienda è un gruppo internazionale con radici profonde nella rete elettrica svizzera e un portafoglio che per anni ha mescolato idroelettrico, nucleare e fossili. La sede di Losanna è il centro di comando di un operatore che ha sempre mantenuto un profilo finanziario aggressivo e una certa libertà di movimento oltreconfine. Fu proprio quella libertà a portare le due centrali ceche nel suo bilancio, e fu una scelta di portafoglio molto concreta a farle uscire.
La fusione del 2009 aveva creato un gruppo pensato per competere sulla scala continentale. Le centrali a carbone ceche erano, in quel disegno, un pezzo di una strategia di diversificazione geografica e tecnologica che includeva anche asset in Italia, Francia e nei Balcani. Cedendole undici anni dopo, Alpiq ha operato un riposizionamento che, letto da Losanna, aveva perfettamente senso industriale e finanziario.
Ma la domanda climatica non è mai stata solo industriale.
Il paradosso della transizione di carta
Il 60 per cento non è andato in fumo, è solo passato di mano. Pavel Tykač, attraverso Seven Energy Group, ha rilevato le due centrali senza che la loro attività subisse interruzioni. Il carbone ha continuato a bruciare, la rete ceca ha continuato a ricevere elettricità, e l’atmosfera si è presa le stesse tonnellate di CO₂ di prima. Quel che è cambiato è il casellario: le emissioni sono uscite dai conti di Alpiq e sono entrate in quelli di un operatore che non ha gli stessi obblighi di rendicontazione verso i mercati finanziari occidentali, né la stessa esposizione mediatica.
Stando a quanto documentato, la vendita delle centrali ha permesso ad Alpiq di ripulire il proprio bilancio emissivo con un solo colpo di penna. È esattamente il tipo di operazione che il mondo della finanza climatica chiama «trasferimento di asset fossili», e che gli attivisti chiamano con meno diplomazia «greenwashing contabile». La differenza non è solo terminologica: è la misura della distanza tra un annuncio politico e l’attuazione reale di una transizione energetica.
Nel 2026 la domanda resta inevasa: chi controlla oggi quelle centrali, e soprattutto, il pianeta ci ha guadagnato qualcosa? I cittadini e le imprese che devono rifare i conti della propria esposizione al rischio climatico si trovano di fronte a un paradosso. Da un lato, il mercato premia i bilanci verdi. Dall’altro, le regole attuali consentono di diventare verdi semplicemente vendendo quello che è marrone. Non è una violazione della legge. È un suo utilizzo creativo. Ed è esattamente il cortocircuito che la policy climatica dovrà affrontare se vorrà davvero allineare i numeri alla realtà.
Quel 60 per cento è un taglio di carta, non di carbone. E finché le norme non imporranno di guardare oltre il perimetro societario, la transizione energetica resterà in parte un gioco di specchi. Con le ciminiere che, dal 2019, continuano a fumare come se nulla fosse.



