Il primato riguarda la capacità installata, ma per gli obiettivi del 2030 serve invertire la rotta: servono 50 GWh di

Erano 720 megawattora a fine 2021. Sono diventati 17.920 megawattora al 31 dicembre 2025. In quattro anni la capacità di accumulo elettrochimico in Italia è cresciuta di venticinque volte. Non solo: nel 2025 l’Italia ha superato Germania e Spagna, diventando il primo mercato europeo per le batterie utility-scale – un sorpasso certificato da SolarPower Europe che segna uno scatto di maturità del sistema. I numeri, insomma, raccontano un’accelerazione che ha pochi precedenti. Ma se la fotografia è quella di un Paese che corre, la prospettiva per il 2030 è quella di un sistema che deve ancora cambiare marcia, e in direzione quasi opposta.

Un balzo da record

Secondo i dati raccolti dall’osservatorio Energy & Strategy del Politecnico di Milano, la capacità installata è cresciuta di venticinque volte in quattro anni, passando dai 720 MWh del 2021 ai 2.752 MWh del 2022, poi a 7.084 MWh nel 2023 e a 13.095 MWh nel 2024, fino a toccare il picco di 17.920 MWh a fine 2025. È una progressione quasi lineare, che ha portato l’Italia a scalzare mercati storicamente più attrezzati come quello tedesco e spagnolo, e pure outsider dinamici come la Bulgaria. Il sorpasso europeo è maturato in un anno, il 2025, in cui il segmento utility-scale italiano ha preso il volo, complice una combinazione di incentivi, prezzi dell’energia e crescente penetrazione delle rinnovabili. Il dato colpisce, ma va maneggiato con cautela: il primato è misurato sulla capacità installata, non sull’energia effettivamente erogata, e in un mercato in cui la Germania ha investito molto prima su altri fronti.

Il paradosso del centralizzato

Dietro i record si nasconde però un paradosso. Dei 17,9 GWh installati a fine 2025, 10,7 GWh appartengono al segmento distribuito – sistemi con potenza inferiore a 90 kW, tipicamente abbinati a impianti residenziali o piccole aziende – e solo 7,2 GWh al segmento centralizzato, quello delle grandi batterie connesse alla rete. In altre parole, la crescita esplosiva di questi anni è stata trainata dal piccolo accumulo, mentre i grandi impianti sono rimasti indietro. Eppure, per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 il rapporto deve ribaltarsi. Secondo le stime di Terna e Snam, l’Italia punta a raggiungere circa 71,5 GWh di capacità installata entro fine decennio, di cui 57,5 GWh da sistemi su larga scala sostenuti dal capacity market e dal meccanismo MACSE. Per colmare la distanza servono circa 53 GWh aggiuntivi: 50,3 GWh di accumulo centralizzato e appena 3,3 GWh di distribuito. È un’inversione di rotta netta, che chiede al mercato di concentrare gli investimenti dove finora sono stati più contenuti.

La dimensione della sfida la dà anche il gestore della rete. Terna ha stimato che occorrono 71 GWh di nuovi sistemi di stoccaggio su scala industriale entro il 2030 per decarbonizzare il sistema elettrico in linea con gli obiettivi europei. Il piano prevede 8.875 GW/71 GWh di nuova capacità, cui si aggiungono le batterie già procurate attraverso il mercato della capacità. Se si confronta questo fabbisogno con i 7,2 GWh centralizzati esistenti, appare chiaro che il sistema Italia deve costruire in cinque anni un parco batterie utility-scale dieci volte più grande di quello attuale. Non è fantascienza, ma richiede un’accelerazione autorizzativa e finanziaria che oggi non è scontata.

L’asticella del 2028

Il primo vero banco di prova è già stato fissato. I progetti aggiudicati nella prima asta MACSE, che si è chiusa a fine luglio, entreranno in esercizio nel 2028 con contratti di 15 anni e un investimento complessivo di circa un miliardo di euro, come ha comunicato l’amministratore delegato di Terna. L’asta ha attirato una concorrenza definita eccezionalmente competitiva, segno che l’interesse degli operatori esiste. Ma tra l’assegnazione e l’effettiva messa in servizio corrono quasi due anni, e la posta in gioco è molto più alta dei primi lotti. Il 2028 sarà l’anno in cui quei megawattora cominceranno a pesare sul bilancio della rete: se i progetti arriveranno puntuali, daranno un primo segnale di credibilità al percorso verso i 71,5 GWh del 2030; se incontreranno ritardi, il gap con il resto d’Europa si allargherà proprio mentre il Vecchio Continente accelera sullo stoccaggio.

Guardare al 2028 significa anche cominciare a valutare se la traiettoria porterà davvero alla completa decarbonizzazione che Terna immagina al 2050, quando rinnovabili e accumuli dovranno coprire l’intero fabbisogno elettrico e la penetrazione del vettore elettrico nei consumi finali salirà dall’attuale 22% al 55%, come indicato nel Piano di Sviluppo del gestore. Tenete d’occhio quel 2028: non sarà solo l’anno dei progetti MACSE, ma il momento in cui l’Italia sceglie se fare sul serio con la decarbonizzazione.