Un meccanismo normativo permette al Comune di condividere l’energia solare tra edifici pubblici collegati alla stessa cabina primaria
Immagina di entrare in una scuola di Cremona in una mattina di ottobre: le luci sono accese, i computer funzionano, la caldaia è in funzione. Chi paga quella bolletta? Fino a ieri tutti noi, attraverso le tasse comunali. Da qualche settimana, invece, una fetta di quei consumi la copre il sole — e non un sole qualunque, ma quello che batte su un fazzoletto di terra in via Postumia 144, nella periferia est della città. È qui che lo scorso 15 luglio il Comune di Cremona e AEM Cremona hanno presentato ufficialmente il progetto CACER tra il Comune di Cremona e AEM Cremona S.p.A., la configurazione di autoconsumo che sta già silenziosamente alleggerendo i conti pubblici.
La scena della presentazione non è casuale: il parco fotovoltaico di via Postumia è il cuore fisico dell’operazione. Parliamo di 1.281 moduli bifacciali capaci di raccogliere luce anche dal lato posteriore, per una potenza complessiva di circa 742 kWp. Tradotto in numeri che parlano a chiunque abbia mai aperto una bolletta: la produzione annua attesa è di circa un milione di kWh, una quantità di energia che basterebbe a coprire il fabbisogno di oltre 300 famiglie medie italiane. Di questa, circa 600.000 kWh l’anno saranno energia condivisa con gli edifici del Comune. Ma com’è tecnicamente possibile che un pannello a chilometri di distanza faccia funzionare una scuola in centro?
L’invisibile filo che unisce il parco alle utenze
La risposta sta in un meccanismo normativo ancora poco conosciuto ma già pienamente operativo: l’autoconsumo individuale a distanza. Non servono cavi dedicati che corrono sotto l’asfalto tra via Postumia e il municipio. L’energia prodotta dai pannelli viene immessa nella rete di distribuzione esistente, quella che già arriva a tutti gli edifici. Il GSE, il Gestore dei Servizi Energetici, incrocia i dati di produzione dell’impianto con i consumi delle utenze comunali collegandoli tramite la rete pubblica, e su ogni kilowattora prodotto e consumato nella stessa ora riconosce un incentivo.
Il quadro normativo che rende possibile tutto questo è definito da due testi chiave. Il primo è il Decreto CACER, il DM 414/2023, in vigore dal 24 gennaio 2024, che ha sbloccato le configurazioni di autoconsumo per la condivisione dell’energia rinnovabile. Il secondo è il Testo Integrato per l’Autoconsumo Diffuso, il TIAD, allegato alla Delibera 727/2022/R/eel dell’ARERA, che disciplina gli aspetti tariffari. Insieme, questi provvedimenti permettono a un ente pubblico di installare pannelli in una zona della città e usarne l’energia per alimentare utenze collocate altrove, purché siano tutte interconnesse alla stessa cabina primaria di trasformazione.
Nel caso di Cremona, la cabina primaria è quella denominata “Cremona Est”. Già nell’aprile 2024, quando l’impianto aveva raggiunto una potenza massima di circa 800 kWp, si parlava di circa 140 utenze elettriche interconnesse a quella cabina: scuole, uffici, palestre e edifici di edilizia pubblica residenziale. La configurazione CACER presentata a metà luglio è più mirata: il Comune ha scelto di collegare 55 utenze comunali. Meno edifici, ma con un matching più efficiente tra produzione e consumi, perché selezionare le utenze giuste significa massimizzare la quota di energia effettivamente condivisa — e quindi l’incentivo. Fin qui la tecnica. Ma i conti, poi, chi li fa? E soprattutto: dove finiscono i soldi risparmiati?
Più che un risparmio: un tesoretto per il quartiere
È qui che la storia si fa interessante per il cittadino, perché il Comune ha piena libertà su come usare l’incentivo. Come sottolinea Edison Next in un’analisi dedicata alle opportunità per la pubblica amministrazione, l’amministrazione comunale è autonoma nel definire la destinazione del ricavo: può reinvestirlo per abbattere ulteriormente la spesa energetica pubblica oppure devolverlo a iniziative a favore della cittadinanza. In pratica, quei soldi possono diventare nuovi giochi per un parco, borse di studio, contributi per le famiglie in difficoltà o interventi di efficientamento sugli edifici scolastici.
Un modello che non è solo teorico. A Civate, in provincia di Lecco, Lario Reti Holding ha già annunciato che sosterrà il Fondo con un contributo stimato di circa 18.000 euro all’anno derivanti proprio dall’autoconsumo a distanza, destinati a finanziare progetti sociali, educativi e ambientali per i residenti. È la prova che il meccanismo può moltiplicarsi: ogni Comune con un’area disponibile per un impianto fotovoltaico e una cabina primaria che aggrega le utenze pubbliche può costruire la propria configurazione. E Cremona, che con AEM ha costituito la prima Comunità Energetica Rinnovabile pubblica del territorio cremonese, fa da apripista.
Non servono rivoluzioni tecnologiche né miracoli normativi: bastano pannelli, una rete di distribuzione già esistente e la volontà politica di incrociare i dati nel modo giusto. La transizione energetica non è solo decreti e dichiarazioni d’intenti: a Cremona è già un impianto da un milione di kWh l’anno che genera un flusso diretto di risorse verso la comunità. E se funziona qui, perché non dovrebbe funzionare nel tuo Comune?




