Il 40% del tempo degli operatori è speso in chiamate con fornitori invece che in gestione attiva

Per chi costruisce impianti fotovoltaici, gestire un parco solare è una questione tutto sommato lineare. Qualche stringa fuori produzione, un inverter in derating termico, curve di potenza che seguono il sole con variazioni prevedibili. Ma quando entri in una sala controllo di un BESS — Battery Energy Storage System — il cruscotto cambia completamente. La scorsa settimana Simon Slapka, che guida le attività di asset management e operation per la divisione Scale Fund di BayWa r.e., ha messo nero su bianco un dato che spiega la portata del salto: un impianto BESS genera facilmente 100 volte più dati rispetto a un impianto fotovoltaico comparabile. Non il doppio, non il triplo: due ordini di grandezza in più.

La conseguenza è che i suoi asset manager trascorrono il 40% del loro tempo a interagire con integratori di sistema e OEM, attività a bassissimo valore aggiunto che sottrae ore alla gestione operativa vera e propria. Il punto non è solo organizzativo: mentre il settore si concentra febbrilmente sulla vendita e costruzione di nuovi asset, la capacità operativa arranca. Slapka lo ha detto senza giri di parole: l’intero segmento della vendita e costruzione di asset BESS sta crescendo tre volte più velocemente delle operazioni sugli stessi asset. Un disallineamento che rischia di trasformare ogni nuovo impianto connesso in una promessa incompiuta.

La marea di dati che sommerge gli operatori

Dietro ciascuna cella agli ioni di litio che compone un sistema di accumulo ci sono sensori di temperatura, tensione, stato di carica, resistenza interna. Il battery management system campiona questi parametri con cadenza sub-secondaria e genera serie temporali che vanno incrociate con i segnali di mercato, i cicli di carica-scarica, le strategie di ottimizzazione dei ricavi. In un impianto fotovoltaico la variabile chiave è la radiazione solare, modellabile con buona approssimazione. In un BESS da 137 MW come quello di Alfeld — il più grande mai realizzato in Germania, con 282 MWh di capacità — le variabili sono centinaia e interagiscono in modo non lineare: degrado differenziale delle celle, invecchiamento calendariale, stress termico sui sistemi di raffreddamento.

Il risultato è che gli operatori si trovano a gestire un flusso informativo ingestibile con gli strumenti tradizionali del mondo rinnovabile. Non è un problema di banda o di storage: è un problema di competenze e di modelli analitici. I dati ci sono, arrivano in tempo reale, ma trasformarli in decisioni operative richiede un livello di integrazione che la maggior parte delle piattaforme di asset management non è ancora in grado di offrire. Ed è qui che si annida il collo di bottiglia: mentre i cantieri sfornano nuovi impianti a ritmo sostenuto, la capacità di farli funzionare al massimo della resa resta un esercizio artigianale, troppo dipendente dalle telefonate con i fornitori e dalla lettura manuale dei log.

Ma la costruzione galoppante non è il solo problema: dietro si nasconde una carenza di competenze che rischia di spegnere gli impianti prima ancora che vengano accesi.

Chi gestirà questi impianti?

Già nel 2025, secondo il rapporto Battery Industry Employment and Talent Needs Assessment (BIETNA), l’82% dei datori di lavoro nel settore delle batterie ha segnalato una carenza di candidati locali qualificati. La percentuale sale oltre il 90% quando si guarda ai gestori delle reti di trasmissione europee, che hanno esplicitamente collegato la mancanza di competenze specialistiche al ritardo accumulato nei progetti infrastrutturali della rete. Il paradosso è evidente: stiamo installando capacità di accumulo per stabilizzare una rete che nessuno ha abbastanza personale per gestire.

I ruoli con lo squilibrio più marcato tra domanda e offerta nel BESS europeo sono proprio quelli che servirebbero a sciogliere il nodo: asset manager e specialisti di ottimizzazione dei ricavi. Figure capaci di leggere i dati operativi e tradurli in strategie di mercato — quando comprare energia per caricare le batterie, quando scaricarle sui mercati dei servizi ancillari, come posizionarsi nei meccanismi di bilanciamento. Senza queste competenze, l’impianto più grande e tecnologicamente avanzato rischia di restare un enorme fermacarte da decine di milioni di euro.

E mentre l’Europa arranca tra candidature insufficienti e progetti bloccati, una gara tedesca mostra come l’analisi predittiva stia diventando il vero campo di battaglia competitivo.

Alfeld: la palestra della differenziazione

Il sistema di accumulo di Alfeld, 137 MW di potenza e 282 MWh di capacità, non è solo il più grande BESS tedesco. È il banco di prova dove BayWa r.e. sta dimostrando che la gestione operativa può diventare un vantaggio competitivo anziché una zavorra. L’azienda si è aggiudicata il contratto di gestione in un processo di gara competitivo dove la posta in gioco non era solo il prezzo dell’offerta, ma la capacità di garantire performance ottimali su un arco pluriennale.

Il differenziale, in questa competizione, è arrivato dalla partnership con TWAICE, specialista tedesco nell’analisi predittiva per sistemi di accumulo. Non si tratta di un semplice fornitore di software: BayWa r.e. ha integrato le competenze di TWAICE nella propria architettura operativa come elemento chiave di differenziazione. L’approccio combina competenze tecnologiche profonde e metodi avanzati di gestione digitale degli asset — una dichiarazione che nei comunicati stampa suona generica, ma che tradotta in pratica significa modelli predittivi sul degrado delle celle, ottimizzazione dinamica dei cicli di carica e manutenzione predittiva anziché reattiva.

La scelta di puntare sull’analisi avanzata non è casuale. Alfeld è un impianto di taglia industriale dove ogni punto percentuale di rendimento perso si traduce in centinaia di migliaia di euro di mancati ricavi su base annua. Con 282 MWh di capacità, un errore sistematico di gestione termica che acceleri il degrado anche solo dello 0,5% all’anno significa perdere disponibilità per oltre 1,4 MWh già dopo il primo ciclo annuale. I modelli di TWAICE promettono di intercettare queste derive prima che diventino irreversibili, lavorando direttamente sul gemello digitale dell’impianto.

Sullo sfondo, il quadro regolatorio europeo alza l’asticella. Il requisito del passaporto digitale delle batterie, previsto dal Regolamento UE sulle batterie, entrerà in vigore a febbraio 2027. Per quella data, ogni batteria industriale immessa sul mercato europeo dovrà essere accompagnata da una documentazione digitale completa che ne tracci l’intero ciclo di vita: materiali utilizzati, performance, stato di salute, riparazioni, fino al riciclo. Per chi oggi naviga a vista tra report OEM e telefonate ai tecnici, il passaporto digitale non è un adempimento burocratico: è un cambio di paradigma che richiede esattamente quel tipo di infrastruttura dati che progetti come Alfeld stanno costruendo in anticipo.

L’accensione del sistema di Alfeld coinciderà quasi con l’entrata in vigore della normativa. Per gli operatori che investono oggi in analytics e partnership con specialisti come TWAICE, il calcolo è chiaro: non stanno comprando un software, stanno comprando il tempo necessario per arrivare preparati al 2027, quando la capacità di documentare ogni aspetto operativo non sarà più un vantaggio competitivo ma una condizione per restare sul mercato.

Per chi installa e gestisce, la vera sfida non è la taglia dell’impianto — Alfeld, con i suoi 137 MW, è solo un numero — ma la capacità di governare i dati prima che la regolamentazione imponga il passaporto digitale. Il differenziale competitivo, oggi, è tutto qui.