La durata di quattro ore trasforma gli impianti da servizi di rete a infrastrutture per lo spostamento dell’energia
Due progetti per 260 MW, entrambi con batterie a 4 ore. Non è un caso: è la cifra tecnica che sta trasformando l’accumulo italiano da esperimento a pilastro di rete. A segnare il punto di svolta è stata, la scorsa settimana, l’acquisizione da parte di Sonnedix di un portafoglio BESS da 260 MW a Tuscania, composto da due impianti stand‑alone adiacenti, uno da 160 MW e uno da 100 MW, entrambi con durata di 4 ore. L’operazione porta il portafoglio di accumulo del gruppo a circa 2,8 GW e arriva dopo che, lo scorso marzo, la stessa Sonnedix aveva già superato 1 GW di capacità complessiva in Italia con l’ingresso di sei impianti fotovoltaici coperti da PPA di lungo termine.
4 ore: il dettaglio che separa i piloti dall’utility‑scale
La potenza installata fa rumore, ma la vera unità di misura della maturità di un sistema di accumulo è il rapporto energia/potenza, cioè quante ore di scarica a piena potenza le batterie riescono a garantire. Per anni i BESS collegati alla rete italiana sono rimasti confinati a durate di 1 o 2 ore, sufficienti per servizi di regolazione rapida ma inadeguati a spostare volumi di energia consistenti nelle ore di punta o a fare da cuscinetto per la generazione solare pomeridiana. La taglia a 4 ore, invece, è un multiplo che cambia la funzione dell’impianto: non più semplice “ammortizzatore” di frequenza, ma vera infrastruttura di time‑shifting, capace di assorbire l’eccesso di produzione fotovoltaica nelle ore centrali e restituirlo la sera, quando la domanda residenziale sale e il solare si spegne.
Non è una scelta casuale. La specifica 4‑ore è comparsa prima nel progetto pilota siciliano di Sonnedix, un 18 MW con 4 ore di accumulo la cui costruzione è stata avviata a settembre 2025, co‑ubicato con un impianto fotovoltaico da 70 MW. Lì serviva a testare l’integrazione con il generatore solare in un contesto di rete insulare. A Tuscania quella stessa taglia viene ora replicata su scala oltre dieci volte maggiore e su due siti contigui, senza più il vincolo della co‑ubicazione. È il segnale che il sistema 4‑ore non è un prototipo ma una configurazione pronta per essere finanziata e messa a reddito come qualsiasi altro asset di generazione.
Dalla Sicilia alla Tuscia: come Sonnedix ha scalato in Italia
Ma questa taglia non nasce dal nulla: dietro c’è un percorso di anni. Sonnedix opera in Italia dal 2010 e ha costruito la sua presenza partendo dal fotovoltaico, fino a superare la soglia del gigawatt operativo lo scorso marzo. L’ingresso nell’accumulo è stato graduale: il primo BESS, il 18 MW/4H in Sicilia, non a caso è stato progettato in co‑ubicazione con un parco fotovoltaico da 70 MW, una scelta che consente di condividere l’infrastruttura di connessione e di ridurre i costi di allaccio, ma che vincola l’impianto a una logica di “estensione” del solare piuttosto che di servizio di rete autonomo.
L’acquisizione del portafoglio Tuscania da Sphera Energy – sviluppatore che ha già portato a consenso oltre 900 MW di progetti BESS in Italia – ribalta la prospettiva. I due nuovi impianti sono stand‑alone, collocati su terreni adiacenti, e portano in dote una capacità di accumulo modulabile in modo indipendente dalla generazione. È il passaggio da una fase in cui l’accumulo segue il solare a una in cui l’accumulo diventa bene a sé, contendibile sul mercato dei servizi di dispacciamento e sulle future aste di capacità. Con questo deal, il portafoglio BESS totale di Sonnedix tocca circa 2,8 GW, un numero che parla di una pipeline ormai pensata per il dispacciamento di scala e non per la sperimentazione.
Il mercato BESS non è più una scommessa: i numeri lo confermano
E non è l’unico segnale di un mercato che si scalda. Già nel 2023 Pacific Green – sviluppatore di accumulo a livello globale – era entrata in Italia proprio acquisendo da Sphera Energy un portafoglio di 500 MW di progetti BESS, alcuni con durata fino a 6 ore. Due compratori diversi, lo stesso venditore e una pipeline autorizzata che ormai supera i 900 MW: è la fotografia di un mercato secondario dei progetti di accumulo che sta diventando liquido e contendibile. I progetti non sono più idee su carta, ma asset con iter autorizzativo avanzato che passano di mano come farebbero impianti eolici o fotovoltaici.
A confermare che la scommessa si è trasformata in investimento infrastrutturale sono i prezzi della prima asta MACSE, lo strumento di approvvigionamento di capacità di stoccaggio lanciato da Terna. Nell’ottobre 2025, quell’asta ha assegnato 10 GWh di nuova capacità BESS con un tasso di sottoscrizione quattro volte superiore all’offerta, e i prezzi medi ponderati di aggiudicazione si sono fermati a 12.959 €/MWh‑anno, ben al di sotto del prezzo di riserva di 37.000 €/MWh‑anno. Un differenziale che parla di forte concorrenza e di costi di realizzazione scesi abbastanza da rendere sostenibili ricavi unitari contenuti.
In questo quadro, l’operazione Tuscania non è soltanto un salto dimensionale per un singolo operatore. Mostra che la taglia a 4 ore è ormai lo standard di fatto per chi vuole partecipare ai prossimi round del mercato della capacità e competere sul time‑shifting intra‑day. Per chi sviluppa o gestisce impianti, il messaggio è chiaro: la finestra per entrare con progetti competitivi si sta stringendo, e i prezzi delle aste MACSE lo confermano. La partita dell’accumulo utility‑scale in Italia si gioca ora, e si gioca sulle quattro ore.




