La metà dei comuni capoluogo e dieci regioni su venti non hanno ancora un energy manager
Nel 2025 l’Italia ha toccato il record di nomine di energy manager: 2.594, il livello più alto degli ultimi vent’anni. Eppure, la metà dei comuni capoluogo non ne ha uno. Solo 50 su 109 e appena dieci regioni su venti hanno nominato un responsabile per l’energia. Un paradosso che racconta una transizione a due velocità: i numeri battono ogni primato, ma la rete di figure tecniche sul territorio resta gracile, esponendo amministrazioni e imprese proprio mentre l’Unione europea alza l’asticella.
Record apparente, copertura a metà
A guardare i dati disaggregati, l’immagine si fa meno rassicurante. La copertura nella pubblica amministrazione è debolissima: meno della metà dei capoluoghi e solo la metà delle regioni ha proceduto alla nomina. Non solo: le donne rappresentano appena il 12 per cento degli energy manager (222 su circa 2.600) e gli under 35 sono solo il 7 per cento. Un profilo professionale ancora concentrato in una fascia ristretta, che non riflette la platea che dovrebbe animare la transizione.
I buchi della rete: chi manca all’appello
La legge 10/1991 impone a determinati soggetti obbligati di nominare un energy manager. Ma chi resta fuori da quell’obbligo è un pezzo consistente del Paese: comuni medi e piccoli, province, molte regioni. La Federazione FIRE lo ha messo nero su bianco, proponendo di abbassare la soglia di nomina a 1.000 tonnellate equivalenti di petrolio per tutti i settori a partire da quest’anno, e di estendere l’obbligo a tutte le regioni, le province e i comuni con più di 20.000 abitanti. Sono proposte che cercano di colmare un vuoto normativo che oggi lascia senza energy manager proprio gli enti che gestiscono servizi energivori come illuminazione pubblica, edilizia scolastica, trasporti locali.
Accanto all’assenza di energy manager, cresce invece il numero di organizzazioni che puntano sulla certificazione ISO 50001. Nel 2025 i soggetti dotati di energy manager e certificati sono saliti a 490, in aumento del 9 per cento rispetto al 2024; già nel 2024 si era registrato un balzo del 13 per cento, con 451 realtà certificate. Un segnale positivo, ma ancora troppo contenuto se paragonato al tessuto produttivo italiano e, soprattutto, se misurato sulla scala che imporrà la nuova disciplina europea.
La scossa europea: obblighi più stringenti, ma siamo pronti?
La direttiva europea 1791/2023 sull’efficienza energetica (EED) introduce un obbligo destinato a cambiare le regole del gioco: le imprese con consumi energetici medi superiori a 85 terajoule nel triennio precedente dovranno dotarsi di un sistema di gestione certificato ISO 50001. La norma è già in vigore dal 2023, ma i suoi effetti si materializzeranno con il recepimento nazionale e le scadenze che verranno fissate. Per molte aziende significherà non solo nominare un energy manager, ma strutturare un intero processo di monitoraggio e miglioramento continuo.
È qui che il paradosso dei numeri diventa un problema di conformità. Un’impresa che non ha mai avuto un energy manager, o che lo ha nominato solo sulla carta, avrà bisogno di competenze reali per ottenere e mantenere la certificazione ISO 50001. La carenza di figure giovani e di donne, la scarsa diffusione nella PA, la copertura a macchia di leopardo rischiano di trasformarsi da inefficienza a mancato rispetto di obblighi comunitari, con conseguenze reputazionali ed economiche. E per i comuni fuori obbligo, restare senza responsabile energetico potrebbe tradursi in costi maggiori per cittadini e servizi, proprio mentre l’Europa spinge verso l’efficienza come leva di competitività.
La partita dell’energia si gioca ora. Senza una rete capillare di energy manager, imprese e cittadini rischiano di pagare il conto più salato.

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