Oltre 500 GW di eolico in attesa e procedure che richiedono fino a dieci anni
L’immagine che arriva dai piani industriali e dai vertici comunitari è quella di un’Europa che accelera sulle rinnovabili come mai prima. I numeri sembrano darle ragione: nel 2024 le richieste di connessione per fonti rinnovabili hanno superato quota 450.000, con un balzo del 133% rispetto al 2021. Il problema è che i cavi per portare quell’energia dove serve spesso non esistono, e quando esistono sono già intasati. Congestione, lunghe code di connessione e infrastrutture obsolete stanno frenando la transizione in modo molto più concreto di quanto i target al 2030 lascino immaginare. Nei giorni scorsi il podcast Plugged In di Montel News ha acceso i riflettori sulla domanda che serpeggia tra operatori e regolatori: servono più chilometri di rete o bisogna usare meglio quella che abbiamo già? La risposta, per una volta, non sta tutta in un’alternativa secca.
Il collo di bottiglia invisibile
Il paradosso è facile da raccontare: mai così tanta potenza pulita in attesa di un allaccio, mai così poca rete pronta a riceverla. Lo scorso anno, oltre 500 GW di potenza eolica potenziale nell’Unione erano intrappolati nelle code di connessione, secondo un briefing del Parlamento europeo. Mezzo terawatt che basterebbe a coprire ampiamente i fabbisogni di diversi Stati membri, ma che resta sulla carta mentre le procedure autorizzative si mangiano più della metà del tempo necessario a realizzare un’infrastruttura di trasmissione – in media fino a dieci anni per completare un progetto. La contraddizione è talmente visibile che anche chi segue il settore con un certo distacco analitico, come il Centro comune di ricerca della Commissione (JRC), già nel maggio 2024 avvertiva che nemmeno uno scenario di espansione estrema della rete, con un incremento di oltre un terzo della lunghezza totale dei circuiti in Europa, basterebbe a evitare che i volumi di ridispacciamento esplodano di quasi sei volte. Tradotto: il sistema resterebbe ingolfato anche costruendo molto, molto di più.
E allora la domanda del podcast di Montel – costruire nuova rete o usare meglio quella esistente – non è un semplice esercizio da addetti ai lavori. È il prisma attraverso cui leggere l’intera politica energetica del continente. Perché se da un lato i progetti di generazione si moltiplicano, dall’altro la rete resta un sistema «ricco di capacità ma povero in connettività», come l’ha definito un’analisi pubblicata sulla piattaforma EMPN. Non è un dettaglio tecnico: è l’architrave che scricchiola sotto il peso di una transizione pensata per correre, ma costretta ad arrancare.
La matematica del ritardo
Per capire quanto possa costare questa lentezza basta guardare le proiezioni del JRC. In uno scenario business-as-usual, i costi di gestione della congestione di rete nell’Unione potrebbero toccare i 103 miliardi di euro entro il 2040. Anche ipotizzando un’espansione massiccia dell’infrastruttura, il conto non scenderebbe sotto i 34 miliardi. Sono cifre che non compaiono quasi mai nei comunicati sulle nuove installazioni da record, ma che rappresentano la voce più concreta della bolletta che imprese e famiglie pagheranno se il disallineamento tra produzione e trasporto non verrà risolto.
La dimensione del cortocircuito non è soltanto finanziaria, è anche fisica e temporale. Il briefing del Parlamento europeo già citato ricorda che il completamento dei progetti di trasmissione richiede fino a un decennio, un arco di tempo in cui le tecnologie di generazione cambiano due o tre generazioni. Nel frattempo, la metà dei paesi che forniscono dati sulla propria rete non dispone della capacità necessaria per connettere nuova potenza, come ha segnalato un rapporto pubblicato da Ember nell’aprile scorso. E se la rete non è pronta, i progetti restano sospesi: sempre Ember stima che almeno 120 GW di nuova capacità rinnovabile pianificata in Europa siano a rischio a causa dei vincoli di rete. Un volume quasi equivalente all’intera potenza eolica installata oggi in Germania e Spagna messe insieme.
Dietro ogni gigawatt bloccato non c’è solo un investitore che rivede i propri piani, ma un sistema che perde efficienza giorno dopo giorno. Le code di connessione non sono una curiosità statistica: nel 2024 erano già oltre cinquecento i gigawatt eolici in attesa, mentre le richieste di allaccio per tutte le fonti rinnovabili si avvicinavano al mezzo milione, con un’accelerazione che dal 2021 è stata più che doppia. La forbice tra ambizione e infrastruttura si allarga a ogni trimestre.
Chi paga il conto
I numeri diventano volti quando si guarda a chi resta in fondo alla coda. Secondo il rapporto di Ember, 1,5 milioni di famiglie europee potrebbero subire ritardi nella connessione del solare sui tetti. Non stiamo parlando di parchi eolici offshore finanziati da grandi utility, ma di cittadini che hanno installato pannelli sul tetto di casa e aspettano un allaccio che tarda settimane o mesi, quando arriva. E accanto alle famiglie ci sono le imprese: 120 GW di progetti rinnovabili a rischio significa piani industriali congelati, contratti di fornitura che saltano, mancata copertura dei consumi in fasce orarie chiave.
La tensione tra chi produce e chi dovrebbe trasportare non è distribuita in modo uniforme. Paesi come Romania, Bulgaria, Slovacchia, Portogallo – per citarne alcuni – compaiono spesso nelle mappe dei colli di bottiglia della rete europea, ma il problema è strutturale e attraversa anche economie mature come i Paesi Bassi o l’Austria. L’impressione, confermata dalle analisi più recenti, è che la transizione si sia concentrata sul lato dell’offerta – gli incentivi, le aste, le semplificazioni per costruire impianti – senza occuparsi con la stessa determinazione della domanda di rete che quegli impianti generano. Il risultato è un’Europa che produce sempre più energia pulita e sempre più spesso non sa dove metterla, costretta a pagare per non usarla o per spostarla in modo inefficiente.
Serve più rame, più trasformatori, più cavi sottomarini? O serve un’intelligenza di sistema che oggi manca, capace di gestire i flussi con strumenti digitali, flessibilità della domanda e meccanismi di prezzo che orientino la produzione dove la rete è meno satura? La domanda resta aperta. Quel che è certo è che senza una risposta rapida, la promessa verde resterà un’interminabile attesa. E per milioni di cittadini europei il futuro rinnovabile, quello che già vedono sui tetti e nei parchi eolici all’orizzonte, sarà ancora lontano.




