Il controllo di asset strategici per l’accumulo energetico passa da fondi sovrani e gruppi giapponesi
I dati sono impressionanti: secondo quanto comunicato da Italia Solare, la capacità di accumulo installata in Italia ha superato i 18 GWh già nel primo trimestre del 2026. E la scorsa settimana, il 16 luglio, è emerso un nuovo tassello di questa crescita: la Strioga Family Foundation ha annunciato l’acquisizione di una partecipazione del 49,9% in un progetto di accumulo a batteria da 150 MW e 600 MWh in provincia di Livorno. Numeri che raccontano un’Italia elettrica sempre più dotata di polmoni per le rinnovabili. Ma a guardare la proprietà, il racconto cambia: chi preme l’interruttore non è italiano.
L’accumulo che non parla italiano
Il progetto livornese — completamente autorizzato e con quattro ore di scarica — è l’ultimo capitolo di una storia che intreccia capitali stranieri e infrastrutture energetiche strategiche. La Strioga Family Foundation, che ora vanta impegni in progetti europei di accumulo per oltre 2,5 GWh (la conferma arriva dalle parole del suo amministratore delegato, Gediminas Uloza), ha scelto l’Italia per il suo quarto e più grande investimento nel settore. Ma non è sola. Dietro l’operazione c’è Enfinity Global, un nome che sarà ricorrente: vanta un portafoglio BESS italiano di 6,7 GW e, come vedremo, orchestra un via vai di soci di minoranza. Il paradosso è servito: l’Italia punta a 15 GW di capacità di stoccaggio entro il 2030 per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento, come riporta un’analisi di Rabobank, ma i dossier più importanti si scrivono altrove.
Enfinity, regista di scambi miliardari
Dietro l’operazione livornese c’è un nome ricorrente: Enfinity Global. La società ha costruito in Italia un portafoglio di progetti di accumulo da 6,7 GW, ma la sua strategia non è quella di un unico grande investitore. Da almeno dodici mesi, Enfinity vende partecipazioni di minoranza — quasi sempre intorno al 49% — mantenendo però la maggioranza e la gestione operativa. È una tecnica da regista: incassa liquidità, condivide il rischio e conserva il controllo. E i compratori sono vari.
Già nel corso del 2025, il fondo sovrano dell’Azerbaigian, SOFAZ, aveva rilevato una quota del 49% in un portafoglio fotovoltaico da 402 MW in Italia, con Enfinity che restava azionista di controllo. Pochi mesi dopo, nel giugno 2025, la società ha ceduto un’analoga partecipazione di minoranza in due progetti BESS — uno dei quali italiano — per una capacità complessiva di 380 MW a Daiwa Energy & Infrastructure, braccio operativo del gruppo giapponese Daiwa Securities. Ora tocca alla Strioga Family Foundation, che con il progetto livornese porta i propri impegni totali a oltre 2,5 GWh, come ha sottolineato Uloza. Complessivamente, secondo il comunicato diffuso il 16 luglio, Enfinity ha chiuso transazioni per portafogli con una capacità superiore a 1,1 GW negli ultimi dodici mesi, coinvolgendo SOFAZ e altre controparti non rivelate.
Tanta finanza, tanti soci — ma il controllo resta saldamente nelle mani di Enfinity. Il nodo è un altro: mentre i capitali girano, l’obiettivo nazionale dei 15 GW resta un orizzonte ancora tutto da costruire, con scadenze e regole che dovranno misurarsi con una mappa proprietaria sempre più cosmopolita.
Cosa resta aperto tra gigawatt e sovranità
Quei 18 GWh installati e la promessa dei 15 GW al 2030, fissata dal governo e ricordata da Rabobank, si scontrano con una realtà: le decisioni chiave sugli asset strategici non vengono prese a Roma. Enfinity Global, pur essendo il dominus operativo, ha distribuito quote a investitori di tre continenti. La domanda non è se l’Italia avrà abbastanza batterie — la corsa è partita — ma chi controllerà l’interruttore, cioè i flussi di potenza, i meccanismi di revenue e, in ultima analisi, la resilienza del sistema elettrico nazionale.
Il meccanismo è pulito: Enfinity mantiene il 51%, quindi la maggioranza, ma il 49,9% affidato a Strioga, SOFAZ o Daiwa non è muto. Nelle assemblee dei veicoli di progetto, quelle quote contano. E se un domani uno di questi soci dovesse cedere a un nuovo investitore con altre priorità geostrategiche? Il regolatore italiano — ARERA, Terna — fissa le regole di mercato, ma non può decidere la nazionalità di chi possiede i megawattora. Ecco perché la concentrazione di 6,7 GW in capo a un unico sviluppatore che orchestra soci stranieri pone interrogativi di sovranità energetica che vanno oltre le percentuali di capacità installata.
«Questo porta gli impegni della fondazione nei progetti BESS europei a ben oltre 2,5 GWh», ha detto Uloza. Una cifra che, da sola, è più grande di molti programmi nazionali di stoccaggio. E se il ragionamento si estende a SOFAZ e Daiwa, si capisce che quella in corso non è una semplice raccolta di capitali: è una geografia del controllo che si sta ridisegnando silenziosamente. Intanto, l’Italia può vantare un primato: è il paese europeo con la maggiore capacità di accumulo installata. Ma il paradosso sta tutto lì: quel primato si regge su decisioni che, in buona parte, vengono prese a migliaia di chilometri di distanza.
Il boom dell’accumulo italiano è reale, ma la struttura proprietaria diventa sempre più internazionale; il futuro energetico del Paese potrebbe dipendere da decisioni prese a Baku, a Tokyo o in altri centri decisionali lontani da Roma.




