Il progetto Climate Impulse punta a un volo senza scali in nove giorni con un aereo a idrogeno
Hai appena cliccato su «acquista», il biglietto è in tasca e subito ti assale quel pensiero: quanto inquinerò? Non sei il solo. Sempre più viaggiatori si chiedono se un giorno esisterà un modo di volare che non pesi sulla coscienza. La risposta breve è: non domani, ma qualcosa si muove. E se ti dicessi che tra due anni due uomini proveranno a fare il giro del mondo in aereo senza una goccia di carburante, in soli nove giorni? Sembra fantascienza, invece è un progetto concreto che nei giorni scorsi ha ricevuto anche un riconoscimento importante: il patrocinio della Commissione UE.
Quel senso di colpa al check-in
L’impresa si chiama Climate Impulse e dietro c’è un nome che agli appassionati di aviazione e ambiente dice molto: Bertrand Piccard. Già suo nonno Auguste e suo padre Jacques avevano fatto cose che sembravano impossibili, ma Piccard si è guadagnato un posto nella storia dell’aria con Solar Impulse, l’aereo elettrico alimentato solo da pannelli solari con cui, tra il 2015 e il 2016, ha completato la prima circumnavigazione del globo senza carburante. Quel volo a tappe coprì 43.000 chilometri e si concluse il 26 luglio 2016. Un’impresa epica, lenta — ci vollero mesi, con tappe intermedie per riposare e riparare — ma reale. Oggi Piccard alza di nuovo l’asticella. Nel 2028 vuole fare il giro del mondo senza scali e senza emissioni, in nove giorni, con un aereo a idrogeno. Due piloti stretti in un abitacolo minuscolo, zero soste, zero CO₂.
Ma è solo l’ennesimo sogno irrealizzabile o c’è qualcosa di più concreto? La domanda è legittima: di annunci roboanti sull’aviazione pulita ne abbiamo sentiti tanti, eppure quando andiamo in aeroporto il carburante è sempre lo stesso.
Tra patrocini e partnership: chi muove i fili?
Dietro l’impresa di Piccard si nasconde una realtà fatta di endorsement istituzionali e investimenti industriali. Il 16 luglio scorso Climate Impulse ha ottenuto il patrocinio della Commissione europea. Attenzione però: il sostegno di Bruxelles è solo simbolico e non prevede finanziamenti. Non stiamo parlando di un assegno milionario che accelera la ricerca, ma di un gesto politico. Un gesto che dice: la direzione è quella giusta, noi ci mettiamo la faccia. Per il cittadino che paga le tasse, niente da eccepire: non si spendono soldi pubblici, ma si dà visibilità a un progetto che può trainare il settore. Per chi spera in un volo pulito a breve, invece, è il segno che la strada è ancora lunga e che i governi, per ora, applaudono più di quanto investano.
Se spostiamo lo sguardo dal gesto simbolico al mondo industriale, però, vediamo che qualcosa di concreto bolle in pentola. Appena ieri, ZeroAvia e Safran hanno annunciato una collaborazione dedicata alle tecnologie di propulsione idrogeno-elettrica per l’aviazione. ZeroAvia è una delle aziende più osservate nel settore, specializzata in motori a idrogeno per aerei regionali. Safran è un colosso francese dell’aeronautica, fornitore di Airbus e Boeing, uno che i motori li progetta e li costruisce davvero. Quando un’azienda come Safran decide di mettere i propri ingegneri attorno a un tavolo con una startup dell’idrogeno, non lo fa per una trovata di marketing. Lo fa perché vede che la tecnologia sta raggiungendo un livello di maturità sufficiente per iniziare a parlarne come di un prodotto industriale, non più solo come di un esperimento da laboratorio.
Che cosa significa per noi? Significa che l’aviazione a idrogeno sta passando dalla fase pionieristica — quella di Piccard che dimostra che si può fare — alla fase in cui le aziende serie cominciano a investire per capire come produrre in serie, come ridurre i costi, come certificare i velivoli. È il momento in cui la scommessa tecnologica diventa una scommessa industriale. Non è ancora un prodotto che puoi comprare, ma è il passo necessario perché lo diventi. Per un’azienda, muoversi ora significa posizionarsi su un mercato che potrebbe valere miliardi tra dieci o quindici anni. Per il viaggiatore, invece, il beneficio è ancora lontano: i tempi dell’aviazione civile sono lunghissimi, tra certificazioni, sicurezza e infrastrutture.
Quanto manca al tuo volo pulito?
La domanda sorge spontanea: quando potremo davvero volare senza lasciare una scia di CO₂? La risposta onesta è: non presto. E forse nemmeno nel prossimo decennio, almeno per le tratte che facciamo in vacanza. Climate Impulse volerà nel 2028, ma è un dimostratore estremo, non un aereo di linea. I motori idrogeno-elettrici su cui lavorano ZeroAvia e Safran sono pensati per aerei regionali, quelli da poche decine di passeggeri che fanno tratte brevi. Per i voli intercontinentali, quelli che pesano davvero sul bilancio globale delle emissioni, la strada è ancora più lunga. L’idrogeno richiede serbatoi grandi e pesanti, e gli aeroporti dovrebbero dotarsi di infrastrutture dedicate per produrlo, stoccarlo e rifornirlo. Sono investimenti da miliardi, e nessuno li farà finché non ci sarà una domanda concreta da parte delle compagnie aeree, che a loro volta si muoveranno solo quando i costi saranno competitivi rispetto al kerosene.
Eppure, la rotta è tracciata. Dieci anni fa l’idea di un aereo elettrico che facesse il giro del mondo sembrava una boutade; oggi sappiamo che è possibile, anche se con limiti enormi. La sfida ora è trasformare quelle imprese eccezionali in qualcosa di ripetibile e scalabile. Il patrocinio della Commissione UE, per quanto simbolico, segnala che le istituzioni iniziano a prendere sul serio la questione. L’intesa tra ZeroAvia e Safran dice che l’industria sta passando dalle parole ai fatti, almeno nella ricerca e sviluppo. Ma tra un’intesa tra aziende e un aereo a idrogeno che potete prenotare su un sito di viaggi ci sono ancora molti anni, forse un paio di decenni.
Per ora, il biglietto per un volo pulito non è ancora in vendita. La buona notizia è che, per la prima volta, non stiamo parlando solo di sogni: ci sono aziende che investono, ingegneri che progettano, piloti che si preparano a passare nove giorni in un abitacolo stretto per dimostrare che si può fare. Nel frattempo, possiamo informarci, scegliere quando possibile tratte dirette che consumano meno, e perché no, sognare un cielo più silenzioso e pulito. Senza sensi di colpa, ma con i piedi per terra.




