Le imprese del Nord rischiano di restare escluse dalla riserva del 40% dei fondi al Mezzogiorno

Mentre l’Europa concede all’Italia una flessibilità fiscale che potrebbe tradursi in 13-14 miliardi di euro nel triennio per investimenti in energia pulita, il governo mette sul tavolo 320 milioni per l’autoproduzione delle PMI. Una goccia, verrebbe da dire, in un mare di burocrazia che il nuovo decreto Imprese da varare prima di ottobre dovrebbe prosciugare con un «pacchetto shock» di semplificazioni. Ma la distanza tra l’annuncio e la realtà delle imprese — quelle che ancora aspettano un’autorizzazione, un parere, un via libera — merita di essere misurata con attenzione. Perché dietro la retorica delle corsie veloci si nasconde una partita di disuguaglianze territoriali e incertezze amministrative che rischia di avvantaggiare solo chi è già pronto.

Semplificazioni shock: l’annuncio che suona come un déjà-vu

La promessa è di quelle che riempiono i titoli. «Presenterò il decreto Imprese a settembre con un altro “pacchetto shock” di semplificazioni, soprattutto sul fronte della produzione energetica», ha dichiarato il ministro Adolfo Urso. L’obiettivo è ridurre la frammentazione amministrativa, coordinare i diversi passaggi e garantire maggiore certezza sui tempi per le autorizzazioni energetiche e ambientali: una sorta di «sblocca impianti» per i progetti localizzati nelle aree idonee, oggi rallentati dall’intreccio tra competenze regionali, valutazioni di impatto ambientale e pareri delle soprintendenze — come ha ricostruito Il Sole 24 Ore. L’intenzione, insomma, è applicare anche all’energia e alla sostenibilità il principio delle procedure semplificate già sperimentate nelle Zone economiche speciali.

Fin qui la cornice politica. Poi c’è la realtà delle imprese, che da mesi chiedono regole certe e tempi certi senza ottenere risposte. Già a dicembre 2024, il ministero delle Imprese e del Made in Italy firmava un decreto che stanziava 320 milioni di euro per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili nelle PMI, riservando il 40% delle risorse alle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Un atto concreto, vincolante. Eppure, a distanza di oltre un anno e mezzo, molte di quelle imprese sono ancora in attesa di capire come e quando potranno accedere ai fondi. Il nuovo decreto Imprese promette di sbloccare ciò che resta impantanato, ma il copione lo abbiamo già visto. La domanda è: quanti imprenditori oggi in attesa di un via libera potranno davvero agganciarsi a queste promesse?

320 milioni, 40% al Sud: la mappa dei soldi e degli esclusi

Dietro l’annuncio c’è una geografia precisa degli aiuti. I 320 milioni stanziati dal Mimit per l’autoproduzione energetica sono una cifra modesta se confrontata con i 13-14 miliardi che la flessibilità fiscale europea potrebbe sbloccare per l’Italia. E la destinazione è tutt’altro che neutrale: il 40% è riservato alle otto regioni del Mezzogiorno, una scelta che disegna una mappa di vincitori e perdenti prima ancora che la partita inizi. Le risorse europee, secondo quanto filtra dalle fonti comunitarie, saranno destinate esclusivamente agli investimenti e non ai sussidi. Un vincolo che premia chi ha già progetti cantierabili, liquidità per cofinanziare e strutture tecniche per presentare domande complesse.

Il nuovo decreto Imprese prova a incrociare queste due direttrici — fondi nazionali e flessibilità europea — agganciando le semplificazioni energetiche alle aziende che intendono realizzare o ampliare uno stabilimento accompagnando l’investimento produttivo con pannelli solari per l’autoconsumo, sistemi di accumulo, interventi di efficienza energetica, infrastrutture per l’elettrificazione dei processi o opere destinate a ridurre le emissioni. Il perimetro è ampio, ma l’accesso reale resta una questione di capacità amministrativa e di prossimità territoriale alle reti. Le imprese del Nord, che da anni trainano gli investimenti in rinnovabili, rischiano di restare ai margini di questa spartizione: non per scelta politica, ma perché il combinato tra la riserva del 40% al Sud e i criteri stringenti della flessibilità europea rischia di creare una forbice tra chi è già attrezzato e chi no.

Resta una domanda: le Regioni del Nord, convocate d’urgenza, accetteranno di restare spettatrici? Il governo sta lavorando con Confindustria al decreto Imprese, cercando un equilibrio che tenga insieme ambizioni di semplificazione e istanze territoriali. Ma il nodo non è solo finanziario. È amministrativo, ed è lì che la tensione sale.

L’ostacolo finale: le Regioni e la frammentazione che resiste

Ecco perché la prossima settimana il ministro Urso incontrerà le Regioni del Nord: un passaggio tecnico-politico che anticipa di poco l’audizione della Conferenza delle regioni, calendarizzata prima della pausa ferragostana. Senza un’intesa con i territori, le semplificazioni restano sulla carta. Basta guardare al percorso già tentato con i decreti attuativi del 2024: risorse stanziate, criteri definiti, ma i bandi sono rimasti incagliati nel coordinamento tra i diversi livelli di governo. Il vero scontro, insomma, non è sui soldi ma sulla governance. E il tempo stringe: il decreto deve essere varato entro ottobre, e ogni settimana persa in negoziati è una settimana in cui le imprese continuano ad aspettare.

Il decreto promette di abbattere i muri della burocrazia, ma se le Regioni non negozieranno davvero — se non accetteranno di cedere quote di sovranità procedurale in cambio di investimenti — l’unica energia che si muoverà sarà quella delle polemiche. A chi gioverà questa partita? Probabilmente a chi è già pronto: imprese strutturate, territori con uffici tecnici rodati, progetti in attesa di un timbro finale. Per tutti gli altri, il «pacchetto shock» rischia di restare un titolo di giornale.