La regione punta tutto sulle tecnologie strategiche con 43,8 milioni di fondi europei
Il sogno europeo e il brusco risveglio
L’idea di una Strategic Technologies for Europe Platform, come spiegano le ricostruzioni degli addetti ai lavori, nasce già nel 2022, in piena crisi energetica e inflattiva seguita all’invasione russa dell’Ucraina. La Commissione europea formalizzò la proposta il 20 giugno 2023, nel quadro della revisione intermedia del bilancio pluriennale 2021-2027, e il regolamento istitutivo — il (UE) 2024/795 — arrivò l’anno successivo. L’obiettivo dichiarato era ambizioso: mettere a sistema risorse per tecnologie digitali, pulite e biotecnologie, recuperando terreno su Stati Uniti e Cina proprio nei settori più strategici. Tradotto in numeri, parliamo di oltre 4,1 miliardi di euro destinati all’Italia attraverso la programmazione della coesione, un imponente volume di denaro pensato per colmare il divario tra regioni forti e regioni in ritardo.
Peccato che, già a ottobre dell’anno scorso, la macchina fosse ancora in fase di riscaldamento. Secondo i dati raccolti dal Dipartimento per le Politiche di Coesione, al 21 ottobre 2025 il valore complessivo delle procedure avviate o in fase di avvio ammontava a circa 1,3 miliardi di euro: appena il 30 per cento della dotazione complessiva STEP dei programmi 2021-2027. Non stiamo parlando di fondi spesi, ma di bandi pubblicati, manifestazioni di interesse, istruttorie partite. Il resto — quasi tre quarti delle risorse disponibili — era ancora fermo. La Commissione ha pure pubblicato una Nota di orientamento per aiutare gli Stati membri a districarsi tra le pieghe del regolamento, ma il paradosso resta in bella vista: un piano da miliardi pensato per rispondere a un’emergenza di competitività, che procede con i tempi scanditi dalla burocrazia e da priorità politiche che cambiano. La sovranità tecnologica si costruisce a valere su procedure la cui capienza, a quasi due anni dall’approvazione del regolamento, non raggiungeva la metà del perimetro disponibile.
Ma se a livello europeo il gap tra intenzioni e attuazione è evidente, a livello locale la partita si fa ancora più dura. Perché una regione piccola come il Molise non ha margine per sbagliare né tempo per aspettare che Bruxelles ingrani la marcia. E la scelta fatta dalla giunta regionale lo scorso 26 giugno lo dimostra con una chiarezza quasi brutale.
Molise, la scommessa sul futuro
A un mese esatto dall’approvazione, il Molise ha deciso di orientare quasi per intero la sua modesta dotazione verso le priorità STEP. Lo ha annunciato l’Autorità di gestione del Programma regionale Fesr-Fse+, approvando una scheda di intervento con una dotazione finanziaria pari a circa 43,8 milioni di euro, spalmati su due direttrici: 26,2 milioni per la Priorità 11 FESR STEP e 18,5 milioni per la Priorità 12 FESR STEP, per un totale che copre quasi l’intera dotazione complessiva del programma regionale. L’obiettivo dichiarato è sostenere gli investimenti produttivi di PMI e grandi imprese che intendono sviluppare e realizzare tecnologie altamente innovative e di frontiera. Nelle intenzioni, si tratta di interventi che dovrebbero generare ricadute significative per la competitività del territorio, contribuendo allo sviluppo economico e alla creazione di nuova occupazione qualificata.
Vista da Campobasso, la scelta ha una sua logica spietata: con una dotazione regionale di appena 44,7 milioni — la più esigua tra le regioni del Mezzogiorno — disperdere le risorse in mille rivoli avrebbe significato non lasciare traccia. Concentrando tutto su STEP, il Molise cerca di ritagliarsi un posto nella corsa alle tecnologie strategiche, provando ad attrarre quelle imprese che altrimenti guarderebbero altrove. Ma la scommessa è a senso unico. Non ci sono reti di protezione: se le imprese non rispondono ai bandi, se i tempi di approvazione si allungano, se le competenze necessarie per gestire progetti di frontiera scarseggiano — e in una regione piccola il rischio è concreto — quei 43,8 milioni rischiano di restare incagliati in un iter amministrativo che premia chi corre più forte, non chi parte da più lontano. Resta da vedere se questi investimenti produrranno davvero competitività e occupazione qualificata, o se il divario con le regioni più ricche — quelle che i fondi STEP possono spenderli con strutture già rodate e filiere industriali già esistenti — si allargherà ulteriormente.
E i cittadini?
I numeri dicono una cosa, la vita quotidiana un’altra. Che cosa significano 44 milioni di euro per chi vive in Molise, per chi cerca lavoro o per chi un’impresa già ce l’ha e prova a innovare senza morire di burocrazia? La retorica delle «tecnologie di frontiera» e della «sovranità strategica» si scontra con una realtà fatta di borghi che si spopolano e di un tessuto produttivo dove la grande impresa convive a fatica con la piccola e la media. È realistico pensare che un bando regionale basti a innescare una trasformazione simile, quando a livello nazionale il 70 per cento delle risorse STEP era ancora fermo otto mesi fa? Dietro le cifre e le strategie, c’è una regione che aspetta risposte.




