I terreni pubblici inutilizzati diventano così una risorsa per l’energia condivisa

Un terreno pubblico dimenticato, dove fino a ieri crescevano solo sterpaglie, oggi può diventare un parco solare capace di alimentare centinaia di famiglie. Succede già in Molise, Friuli-Venezia Giulia, Puglia e Umbria con i bandi pilota partiti lo scorso anno, e da questa settimana anche in Abruzzo, Campania, Lombardia, Piemonte, Sicilia e Veneto, grazie ai sei nuovi bandi pubblicati dall’Agenzia del Demanio. In palio otto appezzamenti per circa 50 ettari complessivi, messi a gara per le imprese che vogliono installare impianti fotovoltaici su terreni dello Stato finora lasciati a marcire.

Dal rovo al fotovoltaico: l’occasione per i comuni

A un sindaco del Molise è bastato sfogliare i bandi che l’Agenzia del Demanio ha diffuso nella primavera del 2025. Nel suo territorio c’era un terreno di proprietà statale abbandonato da decenni, un fazzoletto di terra coperto di rovi dove nessuno metteva piede. Oggi quell’area è candidata a diventare un impianto fotovoltaico condiviso con i cittadini, grazie a una Comunità Energetica Rinnovabile. Non è un caso isolato: i primi quattro bandi sperimentali hanno acceso l’interesse di decine di amministrazioni locali, che hanno visto in quelle superfici dimenticate una leva per ridurre le bollette di famiglie e piccole imprese.

La stessa opportunità ora si allarga. Con i sei nuovi bandi, pubblicati il 13 luglio 2026, l’Agenzia mette a disposizione otto terreni distribuiti da Nord a Sud — due in Lombardia, due in Abruzzo, e poi uno ciascuno in Piemonte, Veneto, Campania e Sicilia. Ogni appezzamento può diventare la base per un progetto di energia condivisa, dove il Comune non è spettatore ma attore diretto. Il meccanismo è pensato proprio per questo: le offerte delle imprese Energy Service Company (ESCO) ricevono un punteggio premiale se includono la costituzione o l’adesione a una Comunità Energetica Rinnovabile e se coinvolgono almeno un Comune. In pratica, più il progetto aggrega il territorio, più ha chance di vincere.

Perché l’Italia deve correre (e non può usare i campi)

Dietro la spinta a valorizzare ogni metro di suolo pubblico c’è una necessità stringente. Nel 2024 il 72% della domanda energetica italiana è stato soddisfatto da importazioni dall’estero, una dipendenza che pesa sulla bolletta di famiglie e aziende ogni volta che i mercati internazionali si surriscaldano. Per invertire la rotta, il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) fissa un obiettivo ambizioso: 79,2 GW di capacità fotovoltaica entro il 2030. Ma alla fine del 2025 la potenza cumulata installata era solo circa la metà di quel traguardo. Significa che nei prossimi quattro anni bisognerà fare quanto fatto negli ultimi venti.

Il problema è che una delle superfici più facili da immaginare — i terreni agricoli — è stata sostanzialmente chiusa. Il Decreto 63 del 2024 ha vietato i pannelli solari a terra sui campi coltivabili, una scelta che ha bloccato molti progetti in fase di sviluppo e ha reso urgente cercare spazi alternativi. È qui che si inserisce la strategia dell’Agenzia del Demanio: già nell’aprile 2025 ha avviato un progetto pilota di partenariato pubblico-privato per concedere terreni pubblici inutilizzati alle rinnovabili. I primi quattro bandi — quelli in Friuli-Venezia Giulia, Molise, Puglia e Umbria — hanno testato il modello. I sei nuovi bandi ne sono la prosecuzione su scala più ampia.

Come partecipare e perché conviene (alle imprese e ai cittadini)

Fino a ieri il terreno agricolo era off-limits. Oggi le regole premiano chi aggrega il territorio attorno a un’area pubblica dismessa. I bandi sono rivolti alle ESCO, ma il vero vantaggio scatta quando il progetto abbraccia una Comunità Energetica Rinnovabile. In parole semplici: l’impianto produce elettricità, i membri della CER — cittadini, negozi, uffici comunali — la consumano “virtualmente” nello stesso istante in cui viene immessa in rete, e il Gestore dei Servizi Energetici riconosce un incentivo che si traduce in un risparmio diretto in bolletta per tutti i partecipanti. Non servono pannelli sul tetto di casa propria: basta far parte della comunità e condividere l’energia generata sul terreno demaniale poco distante.

Per un Comune, aderire o promuovere una CER su un terreno dello Stato significa mettere a disposizione dei residenti energia a costi più bassi, senza dover acquistare o espropriare aree private. Per l’impresa che vince il bando, il premio in punteggio rende l’offerta più competitiva e il coinvolgimento locale crea un legame stabile con il territorio, riducendo i rischi di opposizione. I lotti in gara coprono 50 ettari complessivi, superfici modeste che possono però alimentare centinaia di utenze domestiche se ben dimensionati. Le scadenze sono stabilite nei singoli bandi, consultabili sul portale dell’Agenzia del Demanio.

Non è solo una questione di Megawatt: è un’occasione per ridare valore a spazi dimenticati e coinvolgere direttamente i cittadini nella transizione energetica. Per chi amministra un Comune o guida una piccola impresa locale, il primo passo è informarsi presso la propria amministrazione e verificare se sul territorio esistono aree demaniali candidate. Chi si muove per primo, in questo tipo di bandi, può fare la differenza per la propria comunità.