Il progetto Phobos di RWE per 42 MW eolico è stato autorizzato per silenzio-assenso della Regione Umbria

A Orvieto, sette turbine da 6 megawatt l’una — 42 MW complessivi — potrebbero presto svettare sull’altopiano dell’Alfina. La notizia, rimbalzata nei giorni scorsi, è che il Consiglio Regionale dell’Umbria ha approvato all’unanimità una mozione che chiede al Governo la revoca immediata del progetto eolico Phobos. Ma il vero cuore della vicenda non è il no, né il sì. È come ci siamo arrivati.

Il fronte del no: dalle star alla Regione

Il dissenso è trasversale. Tra i comitati e i cittadini che si sono opposti formalmente al progetto spiccano nomi noti: Alice Rohrwacher, residente nell’area, è diventata una figura simbolo della mobilitazione e si è costituita in giudizio insieme ad altri cittadini, mentre lo stilista Alessandro Michele è intervenuto nel contenzioso davanti al Tar Umbria. Il loro impegno ha dato risonanza nazionale a una battaglia che altrimenti sarebbe rimasta locale, ma la politica regionale ha fatto il resto: a Palazzo Cesaroni non si è alzata una sola mano contraria alla richiesta di bloccare tutto.

La domanda che sorge, a questo punto, è inevitabile: se tutti sono contro, come è stato possibile che il progetto sia arrivato a un passo dalla realizzazione? La risposta non sta nei megawatt né nei decibel delle proteste, ma in una catena di carte, date e silenzi.

La procedura che ha zittito la Regione

Per capire la protesta, bisogna guardare le carte. La vicenda comincia nell’agosto 2021, quando RWE Renewables Italia presenta al Ministero della Transizione Ecologica la richiesta di Valutazione di impatto ambientale e alla Regione Umbria l’istanza di Autorizzazione Unica. Passano quasi due anni e il 27 giugno 2023 il Consiglio dei ministri approva la compatibilità ambientale dell’opera. A quel punto, la Regione avrebbe dovuto pronunciarsi entro i termini di legge. Non lo ha fatto in tempo. O, meglio, lo ha fatto quando ormai era tardi.

Il 5 maggio 2026, il Tar dell’Umbria ha messo nero su bianco quello che molti temevano: il diniego della Regione al progetto Phobos è illegittimo perché tardivo. L’autorizzazione unica per costruire le sette turbine da 6 MW ciascuna — 42 MW complessivi di potenza — è dunque valida per silenzio-assenso. È qui che la storia prende una piega paradossale: la Regione che oggi invoca la revoca è la stessa che non ha espresso un no in tempo utile, e quel silenzio ha fatto scattare il via libera. Non si tratta di un complotto né di un cavillo: è il meccanismo previsto dalla normativa per evitare che gli iter autorizzativi restino bloccati all’infinito. Ma quando a restare bloccata è la macchina amministrativa, il risultato è un cortocircuito tra volontà politica e atti dovuti.

Ora il Governo si trova di fronte a un bivio: accogliere la richiesta unanime della Regione Umbria e revocare il progetto, oppure lasciare che l’iter prosegua sulla scorta di un’autorizzazione che, per quanto odiata, è tecnicamente valida. Qualunque scelta verrà fatta, un pezzo del sistema ne uscirà con le ossa rotte — e il messaggio per chi investe in rinnovabili in Italia rischia di essere più chiaro di quanto si vorrebbe.

RWE e il futuro energetico dell’Umbria

Chi c’è dietro il progetto? Un colosso tedesco che già gestisce 17 parchi eolici onshore in Italia, per 589 MW di capacità installata complessiva. Per RWE, Phobos è un tassello in un portafoglio più ampio; per l’Umbria, quei 42 MW significano energia pulita sufficiente a coprire i consumi di migliaia di famiglie, con tutto ciò che comporta in termini di riduzione della dipendenza dal gas e di bollette potenzialmente più stabili nel medio periodo.

Alla fine, il destino di sette pale eoliche dipenderà da una scelta politica. Ma la vera lezione è un’altra: senza procedure chiare e tempi certi, la transizione energetica rischia di diventare una guerra tra territori e burocrazia — e noi, nel frattempo, continuiamo a pagare la bolletta.