Due progetti energetici puntano sullo stesso mercato europeo, con tempi e attori diversi
Due corridoi energetici puntano sullo stesso mercato. Uno ha già una società operativa e uno studio di fattibilità completato. L’altro ha appena firmato un memorandum con le banche asiatiche. La corsa all’energia verde per l’Europa è appena cominciata, e il traguardo — o meglio, il primo vero checkpoint — si chiama terza lista Ue dei Progetti di Mutuo Interesse.
Lo scorso 8 luglio, a Baku, si è tenuto il dodicesimo Comitato direttivo ministeriale del Corridoio verde dell’energia Caspio-Mar Nero-Europa. Nel comunicato diffuso dal ministero dell’Energia dell’Azerbaigian si legge che lo studio di fattibilità è stato completato con successo e che il progetto è formalmente passato alla fase successiva di sviluppo. Una tappa che chiude un ciclo iniziato quasi quattro anni fa.
Da Bucarest a Baku: la lunga marcia del GECO
Era il 17 dicembre 2022 quando i governi di Azerbaigian, Georgia, Romania e Ungheria firmavano a Bucarest un accordo di partenariato strategico nel campo dello sviluppo e della trasmissione di energia verde. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen inquadrò il progetto come risposta diretta alla guerra della Russia in Ucraina e come leva di diversificazione dai combustibili fossili russi. A distanza di tre anni e mezzo, quella che allora era una dichiarazione d’intenti ha assunto una forma giuridica e operativa precisa: la Green Energy Corridor Energy Company, o GECO, è stata costituita ed è l’agenzia responsabile dell’implementazione del progetto.
Il passaggio dallo studio di fattibilità alla fase di sviluppo, annunciato nei giorni scorsi dopo la riunione di Baku, non è solo un adempimento tecnico. Significa che il corridoio azero-georgiano-romeno-ungherese ha superato la prima verifica di sostenibilità economica e ingegneristica. Significa che qualcuno ha messo numeri e tracciati su un foglio e ha concluso che l’operazione può funzionare. Non sappiamo ancora quale sia la potenza installata prevista né il costo stimato del cavo sottomarino che dovrà attraversare il Mar Nero — i dettagli dello studio non sono pubblici — ma il fatto che i quattro governi abbiano firmato all’unanimità il protocollo finale suggerisce che quei numeri reggano.
È un’accelerazione considerevole, se si pensa che dal primo memorandum alla società operativa sono passati meno di quattro anni. Per un’infrastruttura energetica transnazionale, è un tempo da record. Ma mentre questo progetto avanza, un altro si affaccia sullo stesso corridoio, con attori diversi e una regia asiatica.
Il concorrente inatteso: l’asse asiatico
A poche settimane dalla firma di Baku, emerge un dettaglio che complica il quadro. Azerbaigian, Kazakhstan e Uzbekistan hanno firmato un memorandum d’intesa con la Banca Asiatica di Sviluppo e la Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture per finanziare un progetto alternativo di esportazione di elettricità da fonti rinnovabili verso l’Europa. L’Azerbaigian, insomma, gioca su due tavoli: da un lato è il perno del GECO con Tbilisi, Bucarest e Budapest; dall’altro si associa ai produttori dell’Asia centrale in un’iniziativa che potrebbe attingere a un bacino di capitale completamente diverso — quello delle banche multilaterali asiatiche, anziché della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo o del Gruppo Banca Mondiale.
La mossa ha una sua logica: se l’Europa vuole elettroni verdi, non le importerà molto da quale sponda del Caspio provengano. E il potenziale eolico e solare del Kazakhstan e dell’Uzbekistan è enorme, probabilmente superiore a quello azero. Ma avere due progetti che puntano allo stesso mercato finale — l’Unione europea — significa anche dividere l’attenzione politica e i finanziamenti disponibili. E qui entra in gioco Bruxelles.
La lista Ue: il vero traguardo
La lettera congiunta firmata a Baku e indirizzata al Commissario europeo per l’Energia e l’Edilizia Dan Jørgensen è il primo passo formale per entrare nella terza lista Ue dei Progetti di Mutuo Interesse e dei Progetti di Interesse Comune. Non si tratta di una formalità burocratica. Essere inseriti in quella lista significa ottenere uno status prioritario che sblocca procedure accelerate di autorizzazione, accesso a fondi europei e, soprattutto, un segnale di credibilità verso gli investitori privati. Senza quel timbro, qualsiasi corridoio energetico resta un’idea geopolitica, non un progetto bancabile.
La terza lista è attesa nei prossimi mesi. Non esiste ancora una data ufficiale, ma la tempistica è tutto: chi arriva prima — chi riesce a dimostrare di avere uno studio di fattibilità completato, una società operativa registrata e un accordo intergovernativo solido — ha una probabilità molto più alta di essere incluso. Da questo punto di vista, il corridoio GECO parte favorito. Ha quattro governi allineati, un’agenzia dedicata e un iter tecnico già validato. Il progetto concorrente dell’asse asiatico, al contrario, ha appena iniziato a cercare finanziamenti e non ha ancora una struttura societaria definita.
Ma il vero nodo è politico. L’Unione europea dovrà decidere se privilegiare un progetto che la coinvolge direttamente attraverso due Stati membri — Romania e Ungheria — o se diversificare ulteriormente le proprie fonti tenendo aperto anche il canale centroasiatico. Non è una scelta scontata. La presenza dell’Azerbaigian in entrambi gli schemi potrebbe indurre Bruxelles a considerare i due progetti come complementari piuttosto che alternativi. Oppure, al contrario, a diffidare di un Paese che bussa a due porte contemporaneamente.
La prossima scadenza da monitorare è proprio la pubblicazione della terza lista Ue. Chi arriva prima si assicura un vantaggio competitivo che durerà anni. Il mercato dell’energia verde si gioca su questi dettagli burocratici, ma le conseguenze sono globali: riguardano la sicurezza energetica europea, la capacità di emanciparsi definitivamente dal gas russo e la rilevanza geopolitica di un’intera regione — quella che va dal Caspio al Danubio.




