Quattro italiani su dieci sono indecisi sulla disponibilità a spendere per la decarbonizzazione
Perché l’Italia, che ha spento i reattori dopo Chernobyl, deve ora chiedere ai propri cittadini di mettere mano al portafoglio per un futuro a emissioni zero? La risposta è in un campione di 812 intervistati, analizzato in uno studio pubblicato nei giorni scorsi da ricercatori dell’Università di Messina. Il lavoro, basato su dati raccolti nel marzo 2024, scompone la disponibilità a pagare (willingness to pay, WTP) degli italiani in classi di comportamento omogenee. E rivela un ostacolo che la politica energetica fatica a nominare.
La mappa del consenso: chi paga per la transizione?
Il cuore statistico della ricerca è un modello a classi latenti applicato a un campione di 812 persone, per il 60,3% di sesso maschile e per il 70,2% senza figli. Dentro questo gruppo, la disponibilità a finanziare la transizione energetica non è uniforme: si distribuisce lungo segmenti che reagiscono in modo diverso agli incentivi, ai costi e alle priorità ambientali. La classe più numerosa, la cosiddetta Classe 2, raccoglie il 41,65% del campione. È il segmento su cui si gioca la partita: né ostile a priori né disposto a spendere senza condizioni, rappresenta l’area grigia che può far pendere la bilancia degli investimenti necessari.
Gli autori non attribuiscono a questa classe un’etichetta definitiva, ma la sua dimensione dice già molto. Quattro italiani su dieci, stando ai dati raccolti, non hanno ancora preso una posizione netta sulla spesa ambientale personale. Non sono i negazionisti del clima, ma nemmeno i primi della fila quando si tratta di aprire il portafoglio. E questo, in un Paese che ha bisogno di mobilitare capitali privati per la decarbonizzazione, è un segnale che merita attenzione. La fotografia, pur datata a oltre due anni fa, mantiene una sua attualità proprio perché cattura un atteggiamento strutturale, non congiunturale.
Il paradosso energetico italiano
La segmentazione del consenso diventa critica se incrociata con la realtà fisica del sistema energetico nazionale. L’Italia, fin dal 1987, ha chiuso gli ultimi due reattori nucleari in funzione, una decisione maturata all’indomani dell’incidente di Chernobyl. Da allora il Paese non ha energia nucleare e dispone di limitate riserve fossili domestiche, restando uno degli Stati membri dell’Unione più dipendenti dalle importazioni. In pratica, quando si parla di transizione, non parliamo di sostituire una fonte nazionale con un’altra: parliamo di ridurre una dipendenza dall’estero costruendone un’altra, basata su impianti rinnovabili da finanziare internamente.
È qui che il nodo della disponibilità a pagare smette di essere un esercizio accademico e diventa una variabile macroeconomica. Secondo stime elaborate dall’European Climate Foundation, l’Italia necessita di investimenti annuali tra 122 e 134 miliardi di euro per allinearsi ai target europei Fit-for-55. Sono cifre che non possono essere coperte solo dalla spesa pubblica, già compressa da vincoli di bilancio. Una parte significativa deve arrivare dalle famiglie, sotto forma di scelte di consumo, ristrutturazioni, mobilità elettrica, elettrodomestici efficienti. Se il 41,65% della popolazione resta tiepido, il moltiplicatore degli investimenti privati si inceppa.
Il paradosso è tutto qui: un Paese che ha rinunciato al nucleare per scelta democratica si trova oggi a dover convincere i cittadini a investire individualmente in una trasformazione che altrove è trainata anche da fonti programmabili a basso costo. Non è un giudizio sulla scelta del 1987, ma una constatazione di percorso. Senza nucleare e con poche riserve fossili, la leva della WTP diventa più importante che altrove. E la Classe 2, con il suo 41,65%, è il termometro di quanto questa leva sia fragile.
PNIEC 2030: il conto che nessuno vuole pagare
Ecco allora che i numeri dello studio diventano un indicatore politico, utile a leggere i prossimi appuntamenti. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima 2024 fissa un obiettivo del 39,4% di rinnovabili sui consumi finali lordi entro il 2030. Un target ambizioso, che richiede un’accelerazione rispetto al trend attuale. Ma accelerare significa installare impianti, cambiare caldaie, sostituire veicoli. E qualcuno deve pagare. La Classe 2, maggioranza relativa silenziosa, al momento non ha ancora deciso se farlo.
Il cerchio si chiude su una domanda che accompagnerà i prossimi mesi di politica industriale: come si disegna una transizione che non può contare su un consenso economico già acquisito? Il PNIEC sventola un 39,4% di rinnovabili, ma sono le famiglie a dover staccare l’assegno. Teniamo d’occhio la Classe 2: se resterà ferma, il target resterà un miraggio.




