Il parco eolico olandese da 2 GW ha già un contratto per le fondazioni ma solo il 12,5% dell’energia è
La scorsa settimana, a otto giorni esatti da oggi, la joint venture Zeevonk – partecipata da Vattenfall e Copenhagen Infrastructure Partners – ha assegnato a DEME il contratto per il trasporto e l’installazione delle fondazioni della fase 1 del parco eolico offshore IJmuiden Ver Beta. Un’area di 650 chilometri quadrati, incastonata tra 63 e 84 chilometri dalla costa olandese, che dovrebbe consegnare il primo gigawatt di potenza entro il 2029. Sulla carta è l’innesco di uno dei più grandi progetti eolici del Nord Europa. Nella pratica, mancano meno di mille giorni alla scadenza e solo un quarto dell’energia che le pale produrranno ha già un nome e un indirizzo.
Il cronometro, in realtà, era già partito due anni fa. Nel giugno 2024, Vattenfall e CIP hanno ottenuto il permesso per costruire il parco IJmuiden Ver Beta, aggiudicandosi il sito da 2 GW nella più grande tornata di aste eoliche mai bandita dai Paesi Bassi. Il progetto, ribattezzato Zeevonk, non è soltanto una distesa di aerogeneratori: il piano include un parco solare galleggiante offshore da 50 MWp e un elettrolizzatore nel porto di Rotterdam, pensato per convertire l’elettricità in eccesso in idrogeno verde. Un’architettura ambiziosa che mescola vento, sole e molecole, e che però sconta una timeline compressa e un’equazione economica ancora piena di incognite.
La fase 1, quella affidata ora alle gru e alle navi di DEME – con la nave Orion pronta a piantare i monopali, una jack-up per gli acciai secondari e una fallpipe per la protezione antierosione – vale 1 GW da allacciare entro il 2029. La fase 2 slitta al 2032, quando dovrebbero aggiungersi un altro gigawatt eolico e 500 MW di capacità di integrazione di sistema. Il contratto con DEME è il primo mattone visibile dopo la vittoria del 2024, ma è anche l’ultimo segnale di un cronoprogramma che da qui a tre anni non ammetterà scivolamenti. E se un ormeggio mancato o una finestra meteo sfavorevole possono far tremare qualsiasi cantiere offshore, il vero cortocircuito potrebbe consumarsi lontano dall’acqua, nei bilanci degli acquirenti che ancora non si vedono.
Il risiko dei vincitori: da Google ai pensionati olandesi
Se il sito Beta è finito sotto il cappello di Vattenfall e CIP, la vicina gara per il sito Alpha – gemello geografico e gemello di potenza – è stata vinta da un consorzio che include SSE Renewables e il fondo pensione olandese ABP. Due anime molto diverse nello stesso fazzoletto di mare: da un lato un gigante scandinavo dell’energia e un fondo di investimento con un portafoglio in fermento sulle rinnovabili, dall’altro una cordata che risponde ai risparmi previdenziali dei lavoratori olandesi. La scommessa non è solo industriale, è anche generazionale: i rendimenti delle pensioni future dipenderanno in parte dalla quantità di elettroni che il vento del Nord saprà sfornare.
Ed è qui che entra Google. Il colosso americano ha già firmato un accordo di acquisto energia (PPA) per 250 MW di potenza eolica per 15 anni, destinati ad alimentare i data center olandesi della società. È l’unico cliente certo, al momento. Una fetta modesta del progetto complessivo, ma con un valore di garanzia che va oltre i megawatt: avere Google nel libro degli acquirenti significa offrire ai finanziatori un flusso di cassa stabile, indicizzato ai prezzi dell’energia e firmato da un prenditore di prim’ordine. Il problema è che 250 MW su 2.000 MW installati – e su ambizioni di idrogeno che ancora devono trovare un compratore industriale capace di assorbire volumi – sono una goccia in un mare che si annuncia piuttosto vuoto.
E dopo il 2029? Il buco nero della domanda
Un conto è costruire, un conto è vendere. Il sistema elettrico olandese, per quanto interconnesso con la Germania e il resto del Nord Europa, non ha ancora mostrato di poter assorbire un’iniezione di potenza di questa taglia senza mandare in tilt i prezzi nelle ore di vento forte. La soluzione contenuta nel progetto Zeevonk si chiama idrogeno: l’elettrolizzatore di Rotterdam dovrebbe assorbire i picchi di produzione e trasformare l’elettricità in qualcosa di trasportabile, stoccabile, rivendibile a settori difficili da elettrificare. Ma l’impianto è ancora sulla carta, non ha accordi di offtake noti e si muove in un contesto normativo europeo che sull’idrogeno verde ha scritto molte definizioni e stanziato pochi contratti.
Resta il fatto che il governo olandese, quando ha disegnato questa gara, ha chiesto ai partecipanti non soltanto di produrre energia, ma di dimostrare di avere una «integrazione di sistema» credibile. Zeevonk ha risposto con l’abbinata fase 1‑fase 2 e con la promessa di 500 MW di capacità di sistema nel 2032. Promessa che, a conti fatti, è più una dichiarazione di intenti che un impegno vincolante: nessuno sa quanti dei 2 GW complessivi troveranno un acquirente disposto a firmare un PPA pluriennale, né se l’idrogeno riuscirà a diventare un mercato liquido prima che le banche chiedano garanzie sui prestiti.
La domanda che resta aperta, a otto giorni dal contratto con DEME e a quasi mille giorni dall’accensione del primo gigawatt, non è se Zeevonk verrà costruito. Con Vattenfall e CIP al timone, e con navi come la Orion già prenotate, il cantiere andrà avanti. La domanda è se, una volta che le pale gireranno, qualcuno sarà lì a comprare. Zeevonk è un passo avanti concreto, ma finché la domanda non seguirà l’offerta, il Mare del Nord rischia di diventare un museo di buone intenzioni.




