La società punta a 2 GW rinnovabili e 75.000 tonnellate di idrogeno, ma in Corea si preparano progetti più grandi
Chi segue la transizione energetica conosce la sensazione: arriva l’ennesima notizia di un maxi-investimento nell’idrogeno verde, con miliardi di dollari e gigawatt di potenza, e viene spontaneo chiedersi se poi quell’impianto verrà costruito davvero. È il caso della società sudcoreana YPP che, secondo il comunicato diffuso da Kazakh Invest, prevede di investire fino a 3,1 miliardi di dollari nella produzione di idrogeno verde in Kazakistan. L’annuncio risale al 15 luglio 2025, oltre quindici mesi fa. Non è quindi una notizia dell’ultima ora, ma proprio questa distanza permette di guardarla a mente fredda e di usarla come esempio di come leggere promesse energetiche di queste dimensioni.
Cosa c’è dietro i 3,1 miliardi
Conviene partire dai numeri, uno alla volta. Il progetto, chiamato Green Energy Complex, prevede la costruzione di impianti eolici e solari con una capacità complessiva fino a 2 GW, oltre a unità di elettrolisi e di produzione di ammoniaca. L’elettricità rinnovabile serve infatti ad alimentare gli elettrolizzatori, che separano l’acqua e ricavano idrogeno. Secondo il comunicato, la produzione dovrebbe arrivare fino a 75.000 tonnellate di idrogeno verde l’anno, una parte delle quali verrebbe poi trasformata in 310.000 tonnellate di ammoniaca verde. Il dettaglio non è secondario: l’ammoniaca è più semplice da stoccare e trasportare rispetto all’idrogeno puro, e quindi è il prodotto che ha più senso spedire lontano.
Chi è YPP? Il comunicato la descrive come una società sudcoreana di ingegneria ed energia, con oltre 40 anni di esperienza in progetti che vanno dalle rinnovabili ai sistemi di accumulo a batteria, dal nucleare all’idrogeno verde. Sul sito aziendale di YPP la strategia è dichiarata in modo esplicito: partendo dal progetto kazako, l’azienda punta a rendere competitivi i costi di ingegneria, approvvigionamento e costruzione (il cosiddetto EPC) attraverso alleanze strategiche con i fornitori di componenti solari ed eolici. In altre parole, la scommessa riguarda più il prezzo che la scala. Nel comunicato c’è anche spazio per l’ottimismo: Azamat Kozhanov ha parlato di un «potenziale enorme» del Paese, quantificandolo in fino a 1.820 miliardi di kWh l’anno per l’eolico e 2,5 miliardi di kWh per il solare. Sono stime di parte, utili come cornice ma non come misura di ciò che verrà effettivamente costruito.
Resta però la domanda di fondo: 2 GW sono tanti o pochi? Dipende da che cosa c’è intorno, nello stesso Paese.
Un progetto piccolo in una steppa affollata
Il Kazakistan non ha scoperto l’idrogeno verde con YPP. Già nel novembre 2022, alla conferenza sul clima COP27, il governo kazako aveva firmato con Fortescue Future Industries un accordo quadro per progetti di idrogeno verde in diverse regioni del Paese, tra cui Atyrau e Mangystau. È un precedente che va letto come contesto storico: mostra che l’ambizione di diventare un polo dell’idrogeno era dichiarata da tempo, ben prima dell’arrivo dell’azienda sudcoreana.
Il confronto più istruttivo, però, è con Hyrasia One, il progetto della società Svevind. Secondo quanto comunicato dal gruppo Svevind, il piano prevede parchi eolici e fotovoltaici per una capacità combinata di circa 40 GW, e un complesso industriale che dovrebbe produrre circa 2 milioni di tonnellate di idrogeno verde l’anno, con avvio previsto nel 2030 e piena capacità a metà degli anni Trenta. Facendo due conti, la potenza rinnovabile di Hyrasia One è circa venti volte quella del progetto YPP, e la produzione di idrogeno attesa è più di venticinque volte superiore.
Messo in proporzione, il Green Energy Complex appare come un progetto di taglia media in un Paese dove si annunciano iniziative molto più grandi. Non è necessariamente un difetto: un impianto più piccolo richiede meno capitale e può, almeno in teoria, essere più facile da completare. Ma significa anche che l’offerta promessa in Kazakistan, sommando i vari piani, è potenzialmente molto abbondante. E allora il problema si sposta: chi comprerà tutto questo idrogeno, e attraverso quali infrastrutture?
Chi lo compra, e come arriva?
Il mercato di riferimento naturale per un’azienda sudcoreana è la Corea del Sud. Secondo un’analisi pubblicata dalla rivista H2 Tech, il Paese nel 2021 ha importato 1,35 milioni di tonnellate di ammoniaca e prevede di salire a 4 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030. Le 310.000 tonnellate di ammoniaca verde promesse da YPP corrisponderebbero a meno di un decimo di quell’obiettivo: un contributo concreto, ma tutt’altro che risolutivo.
Il quadro cambia se si guarda all’idrogeno in forma liquida. Secondo Korea Gas Corp., citata nella stessa analisi, entro il 2029 è attesa in funzione una capacità di importazione di idrogeno liquido di appena 100.000 tonnellate. È qui che si vede il vero collo di bottiglia: produrre idrogeno in una steppa dell’Asia centrale serve a poco se dall’altra parte non ci sono terminali in grado di riceverlo. Per questo l’ammoniaca, più dell’idrogeno puro, sembra il vettore su cui un progetto come quello di YPP ha più senso dal punto di vista commerciale.
Che cosa ne ricava, allora, chi legge? Che sia un cittadino curioso o un’impresa che valuta forniture e partnership nel settore, davanti al prossimo annuncio miliardario sull’idrogeno conviene porsi tre domande semplici: quale capacità è prevista, in che anno dovrebbe partire la produzione e se esiste già l’infrastruttura, dai gasdotti ai porti di arrivo, che porterà il prodotto a destinazione. Il caso YPP, riletto oltre un anno dopo, ricorda che la cifra dell’investimento è il dato meno informativo di tutti. Quello da seguire nel tempo è lo stato di avanzamento dei cantieri e dei terminali di importazione: è lì che si capisce se un annuncio diventa un impianto.




