Ricorso sui cavi a Sussex: allaccio alla rete dell’ex centrale Indian River

Le 114 turbine di Maryland Offshore Wind sono progettate per girare in mare aperto e la loro energia è contrattata con i contribuenti del Maryland. I cavi però arrivano a terra in un altro Stato: nella contea di Sussex, in Delaware, dove sorge l’ex centrale a carbone di Indian River, a Dagsboro. È questa geografia a spiegare come mai, lo scorso 25 agosto, l’Environmental Appeals Board del Delaware abbia potuto decidere di esaminare il ricorso di un residente contro le approvazioni statali del progetto, un impianto che vende la sua elettricità oltre confine. La decisione risale a più di due mesi fa e va letta come un passaggio di una vicenda giudiziaria con più fronti aperti, non come una novità delle ultime ore.

Un parco al largo del Maryland, una spina in Delaware

L’architettura del progetto di US Wind va guardata per segmenti. In mare ci sono le turbine, 114 secondo la configurazione indicata dalla fonte. Sul piano commerciale l’energia è destinata ai clienti del Maryland. Il collegamento fisico alla rete, invece, è tutto in Delaware: come ricostruisce l’emittente pubblica WHYY, i cavi di trasmissione e l’interconnessione si trovano nella contea di Sussex, e il progetto prevede di allacciarsi alla rete presso l’Indian River Power Plant, una ex centrale a carbone di Dagsboro. Il punto di approdo è quindi il luogo in cui l’elettricità prodotta in mare entra davvero nel sistema elettrico, e coincide con un sito che in passato immetteva in rete energia da combustibile fossile.

Ospitare quell’infrastruttura ha anche un valore economico per lo Stato che la accoglie. Il Delaware ha firmato con US Wind un accordo da circa 128 milioni di dollari, che comprende canoni di locazione, benefici per la comunità, potenziamenti della rete statale e crediti di energia rinnovabile. Lo Stato, in sostanza, si fa pagare per il passaggio dei cavi e per l’uso del proprio territorio. Questo però non esaurisce le posizioni interne al Delaware: se il governo incassa e ospita, chi nello Stato ha titolo per opporsi, e su quali basi?

Il fronte statale: l’appello di Bintz e il ricorso di Brady

Una risposta è arrivata con la decisione del 25 agosto. L’Environmental Appeals Board (EAB) ha respinto la richiesta del DNREC, il dipartimento ambientale del Delaware, di archiviare il caso e ha deciso di procedere con la contestazione presentata da Edward Bintz, residente della contea di Sussex. Il ricorso riguarda la determinazione con cui l’ex segretario del DNREC Shawn Garvin aveva giudicato il progetto coerente con le regole federali. Secondo Bintz, quella decisione ha causato a lui e alla sua proprietà un «danno reale». È un argomento di tipo patrimoniale e locale, e può reggere proprio perché il segmento terrestre del progetto passa sul territorio del Delaware.

Sul funzionamento dell’organo che ha preso la decisione pesa anche un passaggio legislativo. All’inizio dell’estate il governatore Matt Meyer ha firmato il Senate Bill 346, la legge che regola il funzionamento dell’EAB. A questo procedimento se ne aggiunge un altro. Come riportato da Delaware Public Media, Jane Brady ha presentato un ricorso contro il permesso di costruzione sulla spiaggia, cioè contro l’autorizzazione relativa al punto in cui i cavi toccano terra. Secondo la fonte pubblicata il 26 agosto, la discussione davanti alla Superior Court del Delaware era fissata per il mese successivo.

Il fronte statale si somma a quello federale, che ha un antefatto preciso. Il 22 dicembre 2025 il Bureau of Ocean Energy Management (BOEM) aveva emesso un ordine di sospensione dei lavori per tutti e cinque i progetti eolici offshore in costruzione in acque federali. Nella settimana del 12 gennaio 2026 tre giudici federali avevano poi concesso ingiunzioni preliminari in tre cause distinte promosse dagli sviluppatori contro quell’ordine. Maryland Offshore Wind non rientrava in quella partita, perché non era un cantiere aperto. Secondo la ricostruzione di Utility Dive, US Wind non aveva annunciato l’avvio della costruzione e il governo federale stava cercando di revocare l’approvazione già concessa al progetto. Ne risulta un impianto che non ha posato nemmeno una fondazione e che deve difendersi davanti a una commissione statale, a un tribunale statale e all’amministrazione di Washington. Resta da capire quanti fronti contemporanei possa reggere un progetto in queste condizioni.

Il nodo di rete come vantaggio e come bersaglio

Per capire perché US Wind abbia scelto proprio Indian River bisogna guardare la rete. Il Delaware fa parte del sistema PJM, e la stessa WHYY, analizzando le bollette di Delmarva Power, ricorda che la rete ha un backlog di interconnessione che ha impedito a nuove centrali e a nuovi progetti rinnovabili di aggiungere capacità. Quando la coda di richieste di allaccio si allunga, un nodo che in passato serviva una centrale a carbone diventa un bene scarso. Lì esistono già un punto di connessione e un’infrastruttura pensata per immettere potenza in rete, e il progetto evita di partire da zero.

Lo stesso nodo, però, porta il progetto sulla costa del Delaware, tra proprietari, permessi di spiaggia e commissioni statali, cioè negli spazi in cui il ricorso di Bintz e quello di Brady hanno trovato appiglio. Il punto di rete che accelera l’allaccio è anche quello che rende il progetto contestabile in sede locale.

Per chi progetta eolico offshore, la scelta dell’approdo e del nodo di interconnessione va quindi valutata anche sul piano autorizzativo, non solo su quello elettrico. Riutilizzare un sito fossile può far risparmiare tempo rispetto alle code di PJM, ma sposta a terra un rischio che in mare sembrava gestito. Il caso di Indian River mostra che il cavo più corto verso la rete può diventare il percorso autorizzativo più lungo.