Previsione 2026 ridotta a 24,1 GW, con 15,2 GW nella seconda metà dell’anno.

Il numero che conta è 15,2 gigawatt. Secondo WindEurope, è la capacità eolica che l’Europa avrebbe dovuto mettere in esercizio nella seconda metà del 2026 per centrare la previsione dell’anno, fissata a 24,1 GW di nuove installazioni. Il dato è stato ripreso all’inizio di settembre da l’analisi di Enlit sul possibile anno record, pubblicata il 2 settembre. Oggi siamo a novembre e quel semestre è quasi finito. Il punto quindi è se tutte quelle macchine riusciranno a entrare in servizio in tempo. Che si sappiano costruire è fuori discussione.

Un record appeso al secondo semestre

Prima di parlare di record bisogna leggere bene la previsione. Stando alle stime di WindEurope riportate da Energy and Climate Index, i 24,1 GW attesi per il 2026 sono già una revisione al ribasso: la stima precedente era di 25,4 GW. In un anno la previsione ha perso 1,3 GW, cioè la potenza di parecchi parchi di taglia industriale. Quei GW non sono spariti dalla tecnologia. Sono scivolati più avanti nel calendario.

Il secondo dato rende la previsione fragile: 15,2 GW concentrati nella seconda metà dell’anno. “Messa in esercizio” non coincide con il montaggio della turbina. Indica il momento in cui l’impianto è collegato, collaudato e immette energia in rete. Una turbina montata ma non connessa conta come acciaio piantato nel terreno, non come capacità installata. Per questo un calendario così sbilanciato sul secondo semestre dice soprattutto quanto lavoro di connessione è rimasto in coda. Il bilancio definitivo del 2026 non è ancora noto. La domanda vera è che cosa impedisce di far entrare in servizio le macchine che ci sono.

Il collo di bottiglia è il cavo, non la pala

La risposta sta nell’infrastruttura che collega le turbine ai consumatori. La Commissione europea, nella sua pagina dedicata alle reti elettriche europee, elenca tra i problemi una capacità di rete insufficiente a soddisfare le crescenti richieste di connessione, sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta. La contesa per lo stesso accesso arriva quindi da due direzioni. Da una parte ci sono i nuovi impianti di produzione, eolici e non solo, che chiedono di immettere energia. Dall’altra ci sono i nuovi utenti che chiedono di prelevarla. Entrambi si mettono nella stessa fila, davanti agli stessi trasformatori e alle stesse linee.

Qui sta il paradosso. L’eolico europeo ha turbine sempre più grandi, catene di montaggio collaudate e progetti autorizzati. Il passaggio più lento è però il più “banale”: il cavo e la sottostazione. La stessa fonte della Commissione aggiunge altri due fattori che pesano sulle reti, i ritardi nell’attuazione dei progetti e le minacce alla sicurezza. Un ritardo su una linea di trasmissione si propaga a valle su tutti gli impianti che aspettano di collegarsi. Se la rete non è pronta, il parco eolico finito resta fermo, e in un calendario che concentra 15,2 GW in sei mesi bastano pochi slittamenti per far mancare il bersaglio.

Per chi sviluppa e gestisce impianti, la conseguenza pratica è che il rischio di calendario non dipende più soprattutto dalla consegna delle navicelle o dalle finestre meteo per il montaggio. Dipende dalla posizione nella coda delle connessioni. Una previsione eolica diventa così, di fatto, una previsione sull’avanzamento della rete elettrica. Anche risolvendo le connessioni, però, resta da capire chi costruirà le macchine da collegare.

Una classifica che si legge in due modi

L’altra metà del vincolo europeo riguarda la fabbrica. Secondo i dati del Global Wind Energy Council (GWEC), nel 2025 i primi cinque fornitori di turbine per capacità installata fuori dalla Cina continentale sono stati Vestas con 12,9 GW, Nordex Group con 7,7 GW, GE Vernova con 5,8 GW, Siemens Gamesa con 5,4 GW ed Envision con 4,2 GW. Se si esclude il mercato interno cinese, i nomi storici occidentali occupavano quindi le prime quattro posizioni.

Allargando lo sguardo al mondo intero, la classifica cambia. Sempre secondo GWEC, nel 2025 i primi cinque installatori di turbine a livello globale erano tutti cinesi, per la prima volta. Le due letture convivono perché il mercato cinese ha dimensioni tali da spingere i suoi produttori in cima alla graduatoria mondiale anche senza grandi quote all’estero. Quel vantaggio di scala però non resta confinato in patria. Come rileva un’analisi dell’European Council on Foreign Relations (ECFR), i produttori cinesi di turbine stanno entrando nel mercato di casa dell’Europa, con una pressione diretta sulla filiera continentale.

Per sviluppatori e installatori il nodo è concreto. Da una parte ci sono costi e disponibilità delle macchine, che contano molto quando il calendario è compresso e ogni mese di ritardo pesa sul ritorno dell’investimento. Dall’altra c’è la tenuta di una filiera europea che, fuori dalla Cina, guidava la classifica delle installazioni. Una risposta unica non esiste, e ogni gara d’appalto la ripropone.

Il quadro che emerge è meno trionfale del titolo “anno record”. In Europa il gigawatt eolico si gioca su due fronti che con l’aerodinamica delle pale hanno poco a che fare: la connessione alla rete e la scelta del fornitore. Chi installa e gestisce impianti ha il rischio di calendario nella coda delle connessioni e il rischio strategico nel nome del costruttore che metterà in cantiere per i prossimi progetti.