Il biennio 2023/2024 ha registrato un buco di circa 18 milioni tra canoni attesi e versati, con sette concessioni Enel
La bolletta e la diga
Quando arriva la bolletta, in tanti si chiedono: con tutte le dighe e le centrali che abbiamo, perché l’elettricità non costa meno? In Umbria la domanda è più che legittima: la regione produce molta più energia di quanta ne consumi, ma il vantaggio in bolletta resta invisibile. Il motivo è semplice: il valore di quell’energia — l’acqua che muove le turbine — per decenni è uscito dal territorio senza lasciare un corrispettivo adeguato. Lo scorso 20 luglio la giunta regionale ha provato a invertire la rotta, preadottando un disegno di legge che introduce integrazioni alla disciplina delle grandi derivazioni idroelettriche. L’idea di fondo è riportare sotto controllo pubblico una risorsa che oggi frutta molto ai concessionari privati e troppo poco ai cittadini umbri.
La giunta ha affidato il percorso successivo all’assessore Thomas De Luca, incaricandolo delle forme di concertazione necessarie per arrivare all’approvazione definitiva. Ma per capire la portata di questa mossa bisogna prima guardare i numeri veri del settore idroelettrico regionale — e scoprire quanto denaro è mancato all’appello in questi anni.
Il pasticcio delle concessioni
In Umbria ci sono sette concessioni idroelettriche in capo a Enel, tutte in scadenza il 31 dicembre 2029. C’è poi un’ottava concessione, quella di Acea, che è scaduta addirittura il 31 dicembre 2010 — oltre quindici anni fa — e da allora vive in un limbo amministrativo fatto di proroghe e contenziosi. Il quadro è tutt’altro che ordinato, e i conti lo dimostrano.
Nel biennio 2023/2024 la Regione Umbria avrebbe dovuto incassare 29,8 milioni di euro da Enel, 1,3 milioni da Edison e 2 milioni da Acea: in tutto oltre 33 milioni. Ma le cifre realmente versate sono state molto più basse: Enel ha pagato 13,2 milioni e Acea appena 1,3 milioni, a causa di contenziosi aperti che hanno spinto i concessionari a trattenere una fetta consistente dei canoni. Il risultato è un buco di decine di milioni che sarebbero potuti servire, per esempio, ad alleggerire gli oneri di sistema in bolletta o a finanziare interventi sul territorio.
Il confronto con altre regioni rende l’idea di quanto l’Umbria abbia lasciato sul tavolo. Enel ha versato alla Lombardia 205 milioni di euro relativi a somme arretrate maturate a partire dal 2021. La differenza è abissale e non si spiega solo con la maggiore potenza installata: la Lombardia ha saputo negoziare con più forza, forte di un quadro normativo e politico che ha messo i concessionari davanti a un bivio — pagare o rischiare di perdere le concessioni. L’Umbria si è mossa più tardi, e con meno incisività, ma ora sta cercando di recuperare.
Il tema non riguarda solo l’Umbria. Secondo i dati di Greenreport, l’86% delle concessioni di grandi derivazioni idroelettriche in Italia è già scaduto o scadrà entro il 2029, e il 17% risultava già scaduto nel 2024. Siamo di fronte a un passaggio epocale: nei prossimi anni si deciderà chi controllerà la gran parte dell’idroelettrico italiano. Per i territori, è l’occasione di ribaltare un modello che ha funzionato a senso unico. Già nel febbraio 2023 il Consiglio regionale dell’Umbria aveva approvato all’unanimità un ordine del giorno del gruppo Lega, primo firmatario Daniele Carissimi, che impegnava la Giunta a studiare uno studio di fattibilità per la costituzione di una società mista pubblico-privata alla quale affidare le grandi derivazioni idroelettriche umbre, con l’obiettivo di gestire produzione, trasmissione, distribuzione e vendita di energia elettrica e di assicurare ai cittadini umbri i benefici di queste risorse. Tre anni dopo, quel mandato politico ha preso la forma concreta del disegno di legge appena preadottato.
Pubblico e privato: la scommessa umbra
Ecco cosa prevede il nuovo modello. La maggioranza pubblica resterà in capo alla Regione Umbria con una quota tra il 51% e il 70%, mentre la quota privata — tra il 30% e il 49% — sarà assegnata tramite una procedura di gara a evidenza pubblica per selezionare un socio operativo. L’idea è unire il controllo pubblico, che garantisce che gli utili restino sul territorio, alla competenza tecnica e gestionale di un partner industriale scelto con criteri trasparenti.
Non è una formula scontata. Da un lato, la maggioranza pubblica offre alla Regione la leva per decidere la destinazione dei ricavi: si può investire in manutenzione degli impianti, ridurre i costi dell’energia per famiglie e imprese, finanziare progetti di efficientamento. Dall’altro, molto dipenderà da come sarà scritto il bando di gara per il socio privato e da quali vincoli verranno imposti sulla governance. Se la gara sarà ben disegnata, il privato porterà know-how e capacità di investimento; se sarà troppo lasca, il rischio è che la maggioranza pubblica resti solo formale, con la gestione operativa che sfugge di mano. La Regione dovrà dimostrare di saper fare la regista senza diventare un azionista passivo.
La tempistica è un altro fattore cruciale. Le concessioni Enel scadono a fine 2029, il che lascia poco più di tre anni per mettere in piedi la nuova società, preparare la gara e gestire la transizione senza intoppi. Nel frattempo, i contenziosi in corso con Enel e Acea vanno risolti: ogni anno che passa senza chiarezza sono milioni di euro che non entrano nelle casse regionali. La partita è aperta, e ora il cittadino umbro può legittimamente pretendere trasparenza sui passaggi successivi e risultati misurabili in bolletta. Perché il controllo dell’acqua e dell’energia è tornato al centro del dibattito regionale, ma la differenza tra un annuncio e un risparmio vero dipende dalla capacità di amministrare bene questa transizione. Con 33 milioni attesi e solo 14,5 incassati nell’ultimo biennio, i margini per migliorare ci sono tutti.




