L’acciaio a basse emissioni e le pale riciclabili sono stati installati su metà delle turbine del parco da 1,1 GW

La scorsa settimana, RWE ha tagliato un traguardo che sulla carta ha il sapore del déjà‑vu: a Thor, il parco eolico offshore da 1,1 gigawatt al largo della costa occidentale della Danimarca, è stata completata l’installazione della metà delle 72 turbine previste. I numeri sono da capogiro: ogni macchina firmata Siemens Gamesa spinge fino a 15 megawatt, svetta a circa 148 metri sul livello del mare e monta pale da 115 metri. Eppure non è la potenza a rendere Thor un cantiere diverso da tutti gli altri. La novità è nascosta nella metallurgia: 36 delle 72 torri sono costruite con un acciaio la cui produzione ha rilasciato molta meno CO₂ di quanto accada in un altoforno tradizionale. È la prima volta che succede in un parco offshore su scala gigawatt.

Acciaio verde e pale riciclabili: la chimica dietro Thor

Per capire cosa c’è di diverso in quelle torri bisogna guardare a monte, al momento in cui l’acciaio esce dalla colata. In una torre eolica convenzionale la struttura tubolare che regge la navicella e il rotore è il componente con la più alta intensità carbonica per tonnellata di materiale. Ridurre le emissioni in quella fase significa intervenire sul processo siderurgico: forni elettrici alimentati da rinnovabili al posto del carbone, percentuali crescenti di rottame, energie fossili sostituite dove possibile. Siemens Gamesa ha battezzato questa famiglia di prodotti GreenerTower e Thor ne rappresenta il primo ordine commerciale, come annunciato già nell’aprile 2023 dalla stessa Siemens Gamesa.

L’analogia più utile è quella con l’edilizia: è come se per metà dei pilastri di un grattacielo si fosse scelto cemento a basso clinker, pagando un piccolo sovrapprezzo in cambio di una contabilità climatica molto più leggera. A Thor la scommessa è doppia, perché accanto alle torri a ridotte emissioni RWE ha voluto testare anche 120 pale riciclabili, sufficienti a equipaggiare 40 turbine. Sono pale in cui la matrice resinosa che tiene insieme le fibre può essere separata a fine vita, restituendo materiali riutilizzabili anziché destinati all’incenerimento o alla discarica. L’intesa con Siemens Gamesa per portare queste pale su Thor era stata siglata già a metà 2023, segno che il progetto è nato con un’impronta sperimentale fin dalla fase di procurement.

La partnership industriale ha un perimetro ben definito: RWE detiene il 51% del progetto, il restante 49% fa capo a Norges Bank Investment Management. Il fatto che un investitore istituzionale con un portafoglio esposto ai temi della finanza sostenibile abbia accettato di finanziare componenti ancora in fase di prima adozione commerciale è un segnale importante. Significa che la tecnologia è stata considerata sufficientemente matura per essere ancorata a un progetto bancabile, pur restando lontana dallo status di commodity.

Una promessa a metà? Cosa significano davvero 36 torri su 72

Qui arriva la domanda scomoda: se la tecnologia funziona, perché solo metà delle turbine monta torri a basse emissioni? E perché 32 turbine su 72 continuano a girare con pale convenzionali? Thor è insieme una vetrina e un banco di prova, e la scelta di non spingersi oltre il 50% racconta lo stato reale della supply chain. Le GreenerTower non sono ancora prodotte in volumi tali da coprire un intero parco da 1,1 GW senza tensioni su costi, tempistiche e logistica. RWE stessa, del resto, definisce l’operazione un “pilot” per le torri, e il fatto che il primo sviluppatore al mondo a testarle sia lo stesso committente del parco dice che siamo ancora nella fase in cui è il cliente a fare da cavia.

Lo squilibrio numerico – 36 torri low‑carbon, 40 turbine con pale riciclabili – è rivelatore. Non c’è corrispondenza biunivoca tra i due lotti: alcune turbine avranno la torre verde ma pale standard, altre il contrario. È la fotografia di due catene di fornitura che evolvono a velocità diverse. Le pale riciclabili sono arrivate prima a una disponibilità di medio volume, mentre l’acciaio a ridotte emissioni sconta ancora colli di bottiglia nella produzione di bramme e nella formatura dei conci tubolari. Chi si aspettava un parco interamente “green” nella componentistica troverà Thor un ibrido, ed è proprio questo ibrido a rendere il progetto onesto: non una rivoluzione, ma un trapianto di soluzioni a basso impatto dentro un impianto altrimenti convenzionale.

La provocazione è legittima: se nemmeno un progetto faro da 1,1 GW, partecipato da un colosso come RWE e da un fondo sovrano norvegese, riesce a impiegare queste tecnologie sulla totalità delle macchine, quali developer medio-piccoli potranno farlo nei prossimi cinque anni? La risposta che arriva dal cantiere danese è che la strada è aperta, ma stretta. Serviranno contratti quadro più estesi, elettrolizzatori per l’idrogeno verde nei distretti siderurgici, e una domanda aggregata che oggi semplicemente non c’è.

Cosa cambia per chi installa e gestisce

Per un operatore che guarda al bilancio di un parco, la partita si gioca sul differenziale di costo e sull’accesso ai meccanismi di incentivazione. La Danimarca ha oggi 2,7 GW di eolico offshore installato e un’ambizione dichiarata di arrivare a 14 GW entro il 2030, per poi balzare a 52 GW entro il 2050, secondo quanto riportato dalla piattaforma Offshore Coalition. In una traiettoria del genere, anche un singolo parco da 1,1 GW pesa molto: Thor da solo vale circa il 40% della capacità offshore attualmente in funzione nel Paese. Se il progetto dimostrerà che le torri a basse emissioni non comportano degrado prestazionale né extra-costi di manutenzione insostenibili, il precedente contrattuale sarà spendibile nelle prossime aste.

Il confronto con altri giganti del Mare del Nord aiuta a mettere le cose in prospettiva. Dogger Bank, sviluppato da Equinor e partner, è dimensionato per alimentare l’equivalente di sei milioni di case britanniche all’anno. Thor è più piccolo, ma è il primo a innestare componenti low‑carbon in una taglia da gigawatt. Non è una differenza di potenza: è una differenza di maturità della supply chain. Dogger Bank ha fatto scuola sulla logistica di installazione e sulla standardizzazione delle fondazioni; Thor sta facendo scuola sulla decarbonizzazione dei materiali. Sono due capitoli diversi dello stesso manuale, e Thor ha il merito di aver aperto un capitolo che finora era rimasto sulla scrivania dei centri ricerca.

Thor non è un parco eolico qualunque: è il cantiere dove la decarbonizzazione della supply chain smette di essere un’idea e inizia a fare i conti con la logistica, i costi e i contratti. Il messaggio per chi installa è chiaro: le tecnologie a basse emissioni sono pronte per essere testate su scala reale, ma la strada verso l’adozione di massa è ancora in salita. E la salita si misura in numeri precisi: 36 torri su 72, 40 pale su 72. Il resto è ancora acciaio e resina di ieri.