Le gigafactory europee nascono con tecnologia e capitali cinesi, mentre Bruxelles cerca di limitare la dipendenza

In poco più di ventiquattr’ore, l’Europa dello stoccaggio ha messo a terra due cantieri che ridisegnano la mappa continentale delle batterie. Eni Storage Systems ha avviato i lavori a Brindisi per un impianto di celle al litio-ferro-fosfato; il governo spagnolo ha assegnato 81 milioni di euro alla cinese Hithium per una gigafactory in Navarra. Sedici gigawattora all’anno di capacità produttiva da un lato, settecento posti di lavoro dall’altro. Ma dietro i numeri dei comunicati stampa c’è una geometria più complessa: i soldi e la tecnologia parlano cinese, mentre Bruxelles scrive regole per tenerla fuori.

Le ruspe muovono i primi 16 GWh

Il progetto italiano porta la firma di Eni Storage Systems, società partecipata da Eni Industrial Evolution e da FIB, il braccio industriale del gruppo Seri. Ieri le ruspe sono entrate nel sito di Brindisi per avviare la costruzione della gigafactory a Brindisi, primo tassello di un progetto che punta a 16 GWh di capacità produttiva annua entro il 2030, metà in Puglia e metà nello stabilimento campano di Teverola. L’obiettivo dichiarato è creare un polo integrato italiano ed europeo per la produzione di batterie LFP destinate all’accumulo stazionario, il segmento che nei prossimi anni dovrà assorbire la crescita delle rinnovabili.

Sul fronte spagnolo, la cinese Hithium ha incassato un finanziamento di 81 milioni di euro dal governo di Madrid. La cifra arriva da un pacchetto da 162 milioni gestito dall’Instituto para la Diversificación y Ahorro de la Energía, che a giugno ha finanziato quaranta progetti nel settore della produzione di energia pulita — batterie, solare e altre tecnologie. L’accordo con il governo regionale della Navarra era stato firmato lo scorso aprile e prevede lo sviluppo, la costruzione e la gestione di uno stabilimento per celle e assemblaggio di sistemi BESS. L’investimento complessivo, annunciato a maggio, è di circa 400 milioni di euro, con la creazione di settecento posti di lavoro diretti. Due progetti, due paesi, un’unica direzione: batterie LFP, tecnologia ormai standard per lo stoccaggio, capitali in buona parte pubblici. Ma dietro queste cifre si nasconde una geometria più complessa.

Inverter vietati, gigafactory cinesi: il paradosso della batteria europea

Mentre i primi operai posano le fondamenta, un altro fascicolo sta ridisegnando la mappa da Bruxelles. Lo scorso aprile la Commissione europea ha deciso che i finanziamenti dell’Unione non potranno più sostenere progetti energetici che utilizzano inverter da Paesi ad alto rischio: Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. È un tentativo di blindare la catena di approvvigionamento, di costruire un perimetro di autonomia tecnologica che eviti dipendenze giudicate pericolose.

Il paradosso è che, mentre si escludono componenti cinesi dagli incentivi, le gigafactory che dovrebbero garantire l’indipendenza energetica europea nascono già con il DNA di Pechino. Hithium in Navarra è un’azienda cinese che riceve soldi pubblici spagnoli. Più a est, CATL — il colosso di Ningde che da solo controlla oltre un terzo del mercato globale delle batterie — ha cominciato a produrre nel suo stabilimento di Debrecen in Ungheria nei primi mesi del 2026, con una capacità mostruosa di 100 GWh. Per dare un termine di paragone, l’intero progetto Eni in Italia punta a 16 GWh: il rapporto è di sei a uno.

E poi c’è il fantasma che aleggia su ogni discorso sulla capacità produttiva europea: il fallimento di Northvolt. Nel marzo 2025 l’azienda svedese che doveva essere il campione continentale delle batterie ha presentato istanza di fallimento, finendo smembrata e venduta. Era il grande progetto europeo per competere con i produttori asiatici. Il vuoto che ha lasciato è stato riempito, in parte, proprio da quegli stessi competitor che Bruxelles vorrebbe tenere a distanza.

La contraddizione è tutta qui: l’Unione esclude la Cina dagli inverter per ragioni di sicurezza della filiera, ma la stessa filiera delle celle — il cuore della batteria, il componente che ne determina prestazioni e costi — è già in mano cinese. Non è una questione di coerenza normativa, è una questione di tempi: le regole arrivano quando il mercato ha già scelto i suoi vincitori. Resta da capire se queste fabbriche saranno l’inizio dell’indipendenza o l’ennesima enclave di una dipendenza più sofisticata.

Cosa succede ora a chi lavora e investe in Italia e Spagna

Per i settecento lavoratori che saranno assunti in Navarra e per il consorzio Eni-FIB che ha aperto il cantiere di Brindisi, il dibattito geopolitico è già una questione di cantiere. I posti di lavoro sono reali, gli investimenti sono reali, le commesse per l’indotto lo saranno altrettanto. Ma la domanda che resta sul tavolo è la stessa che aleggiava su Northvolt prima del crac: chi controllerà la tecnologia tra cinque anni? Chi deciderà le specifiche, chi possiederà i brevetti, chi fisserà i prezzi dei componenti chiave? Mentre le nuove regole europee escludono la Cina dagli inverter, i primi gigawattora di batterie avranno un indirizzo cinese già scritto. Chi controllerà domani la tecnologia che stiamo posando oggi?