Il 95% degli asset energetici del Sud-est asiatico è esposto a tre o più pericoli climatici

L’accumulo a batteria è la chiave per una rete elettrica a prova di clima. O almeno dovrebbe esserlo. Ma cosa succede se è proprio il clima a mettere le batterie fuori gioco? Nel Sud-est asiatico non è più un’ipotesi. Ieri, dal palco di un evento di settore, Alan Yau, CEO di Verdant Energy, lo ha detto senza giri di parole: «Il rischio climatico non è più un concetto astratto. È una realtà operativa quotidiana che ha rimodellato radicalmente il nostro approccio alle diverse fasi di un progetto». Parole che pesano, se si considera che il 95% degli asset energetici e di trasporto della regione è esposto a tre o più pericoli, tra alluvioni, caldo estremo, stress idrico, terremoti e cicloni. Il dato è della Asian Development Bank e dipinge un quadro in cui la vulnerabilità non è un’ombra statistica: è la condizione di partenza per chiunque voglia costruire infrastrutture energetiche. E proprio gli stessi eventi estremi che l’accumulo a batteria dovrebbe contribuire a mitigare — rendendo la rete più flessibile e capace di integrare rinnovabili intermittenti — minacciano oggi la sua diffusione. Un paradosso che ha un precedente da cigno nero: gli incendi di Maui dell’agosto 2023, che colsero di sorpresa la utility Hawaiian Electric e ricordano a tutti quanto velocemente un disastro climatico possa trasformare un asset strategico in una passività colossale.

Quando la soluzione diventa la prima vittima

La tensione è tutta qui: le batterie servono a rendere il sistema più resiliente, ma sono anche infrastrutture fisiche, esposte esattamente agli stessi shock che dovrebbero attutire. Nel Sud-est asiatico il futuro è già scritto nei modelli climatici. Le proiezioni indicano che le temperature medie continueranno a salire e che gli eventi di caldo estremo potrebbero raddoppiare in scenari a basse emissioni — o addirittura quadruplicare entro fine secolo se non si interviene con decisione. Lo scrive l’Agenzia internazionale dell’energia in un rapporto sulla resilienza climatica per la sicurezza energetica nella regione. E non è solo una questione di termometri impazziti: i cicloni tropicali diventeranno sempre più intensi, mettendo a rischio le infrastrutture energetiche costiere e offshore. Chi sviluppa un impianto di batterie oggi deve mettere in conto che, tra dieci o quindici anni, quell’impianto potrebbe trovarsi in un contesto meteorologico radicalmente diverso da quello per cui era stato progettato. O peggio: che quel contesto è già arrivato.

Costi alle stelle e specifiche riscritte

Quando il rischio smette di essere un esercizio teorico, si traduce in numeri. E i numeri, per chi fa batterie nel Sud-est asiatico, sono sempre più ostici. Samata Masagee, broker assicurativo, ha spiegato ieri che la tendenza di mercato è chiara: l’assicurazione per i sistemi di accumulo energetico è relativamente più costosa rispetto a qualunque altro prodotto pensato per il comparto delle rinnovabili. Non è un dettaglio: vuol dire che il solo costo della protezione finanziaria sta già alterando l’equazione economica dei progetti. E non parliamo di nicchie sperimentali. Greenergy Solutions sta mettendo in piedi nelle Filippine un portafoglio da 2 gigawatt di impianti ibridi solare‑più‑accumulo. Un investimento enorme, in un paese che è sulla traiettoria dei tifoni più violenti del Pacifico. Nel frattempo Verdant Energy — lanciata a fine maggio 2024 con il sostegno del fondo infrastrutturale A.P. Moller Capital — ha già dovuto rivedere le specifiche tecniche per far fronte a condizioni meteorologiche più estreme durante la fase di costruzione e commissioning. Yau non è stato reticente: «Abbiamo rivisto le nostre specifiche per garantire che gli impianti reggano condizioni estreme che stanno diventando sempre più comuni».

Il fronte assicurativo, peraltro, non si limita ad alzare i premi e sperare che tutto vada bene. I riassicuratori stanno cambiando il metodo. Chiedono input quantificati sui rischi climatici: profondità delle inondazioni, esposizione agli incendi, stress termico. Vogliono dati, non stime qualitative. Solo così possono prezzare la copertura e fissare termini difendibili per i progetti di accumulo a batteria. Significa che senza una modellizzazione granulare del rischio — microclima per microclima, sito per sito — un progetto rischia di non trovare copertura oppure di vedersela offrire a condizioni che lo rendono finanziariamente insostenibile. È un cambiamento profondo, che sposta il baricentro della fattibilità dal puro costo della tecnologia alla capacità di dimostrare, carta alla mano, che quell’impianto sopravvivrà ai prossimi trent’anni di monsoni, ondate di calore e cicloni.

Governi in ritardo, mercato in allerta

Non è solo un problema tecnico o finanziario. La politica regionale si sta svegliando soltanto adesso. Lo scorso settembre, un’analisi dello studio legale Clifford Chance segnalava che i governi del Sud-est asiatico cominciano appena a riconoscere la necessità di tecnologie di stoccaggio energetico. Riconoscere, non incentivare né tantomeno regolare in modo organico la resilienza climatica dei nuovi impianti. Il combinato disposto — spinta verso le rinnovabili e cronica instabilità di rete in diversi paesi della regione — rende evidente che senza accumulo la transizione non parte. Ma il tempo stringe e i piani di adattamento procedono a passo lento, mentre gli sviluppatori affrontano da soli un costo del rischio che nessun sussidio pubblico sta ancora mitigando. E mentre i governi discutono, il mercato ha già emesso il suo verdetto: lo stoccaggio energetico nel Sud-est asiatico è ormai una scommessa doppia. Scommessa sulla transizione, certo. Ma anche su un clima che non farà sconti. E il premio assicurativo, in tutti i sensi possibili del termine, è appena all’inizio.