La Cina controlla oltre il 70% della produzione mondiale di batterie

Dal 45% al 12%. In tre anni la quota di gas russo nell’import dell’Unione europea è crollata. Sulla carta, un successo. Bruxelles lo rivendica con orgoglio: la dipendenza da Mosca è stata ridotta più in fretta di quanto chiunque osasse prevedere. E lo stesso vale per il petrolio, passato dal 27% di inizio 2022 al 2% del 2025. Peccato che, mentre si ridisegna la mappa degli approvvigionamenti, nessuno abbia risposto alla domanda più scomoda: chi produrrà le batterie per immagazzinare l’energia del futuro?

La risposta, nelle pieghe dei documenti ufficiali e nei numeri che la Commissione si guarda bene dal mettere in prima pagina, è già scritta. Ed è una risposta che sa di paradosso.

Il successo che nasconde un vuoto

Lo stesso blocco che tra l’agosto 2022 e il gennaio 2026 ha tagliato la domanda di gas del 19% rispetto ai cinque anni precedenti la crisi, lo stesso apparato istituzionale capace di imporre sanzioni, diversificare rotte e rinegoziare contratti nel giro di pochi mesi, sembra fermarsi di fronte alla prossima sfida. E non è una sfida secondaria.

Nei giorni scorsi la Commissione europea ha messo nero su bianco alcuni numeri che fanno riflettere. Per soddisfare le esigenze del sistema energetico servono 200 GW di capacità di stoccaggio entro il 2030. Oggi, a inizio 2026, siamo fermi a circa 55 GW installati. Un quarto di quanto servirebbe, con poco più di tre anni e mezzo per colmare il divario. Diciassette paesi hanno presentato impegni nell’ambito dell’accordo tripartito sullo stoccaggio energetico, formulati come potenza o capacità attesa. Impegni ambiziosi, dice Bruxelles. Ma un impegno non è una fabbrica, e un target non è una cella pronta per essere installata.

E poi ci sono i numeri che allungano l’ombra sul 2050. Secondo le stime della Commissione, la capacità dovrà salire a oltre 600 GW. Entro il 2030, stando ai documenti ufficiali, dovrebbero essere aggiunte alle reti europee batterie elettrochimiche per 128 GW di potenza e 300 GWh di energia, rispetto al 2024. Ancora una volta: cifre, target, proiezioni. Ma chi produce i componenti per raggiungerli?

La nuova dipendenza ha il volto di Pechino

La risposta, nei numeri, è già scritta. E arriva da un rapporto di Atlas Public Policy, non certo da una comunicazione ufficiale della Commissione. La Cina domina la produzione globale di energia pulita con il 55% degli investimenti annunciati: 509,7 miliardi di dollari contro i 236,1 degli Stati Uniti e molto meno per i paesi dell’Unione. Ma il dato che pesa più di ogni altro è quello sulle batterie. Secondo Atlas Public Policy, Pechino controlla oltre il 70% della produzione mondiale di celle.

Significa che sette celle su dieci, in qualsiasi accumulatore installato in Europa, vengono dalla Cina. Significa che il prezzo, la disponibilità, i tempi di consegna e persino gli standard tecnici passano da Pechino. Significa che la promessa di autonomia energetica, di emancipazione dalle forniture estere, rischia di essere un cambio di fornitore più che un cambio di modello.

Se Mosca chiudeva i rubinetti del gas, cosa succederebbe se Pechino decidesse di rallentare l’export di batterie? La domanda non è retorica, ed è tanto più urgente quanto più si allarga lo scarto tra ambizioni politiche e realtà industriale.

E se il piano non arriva?

Di fronte a uno scenario del genere, la domanda è obbligata: c’è un piano, o ci stiamo limitando a firmare accordi e fissare target? SolarPower Europe ha formulato la risposta in modo netto. Serve un Piano d’azione dedicato allo stoccaggio a batteria, hanno detto dall’associazione, altrimenti l’Unione rischia di non avere gli strumenti per raggiungere i propri obiettivi. La dichiarazione è di Sonja Risteska, e pesa perché arriva da chi la transizione la progetta e la installa sul campo, non da un ufficio studi.

Senza quel piano, l’obiettivo dei 200 GW al 2030 rischia di restare sulla carta. E con lui tutti gli impegni nazionali, le promesse di decarbonizzazione e la retorica sull’indipendenza energetica. Non si tratta di scetticismo: è questione di coerenza. Un continente che ha dimostrato di sapersi muovere con decisione per ridurre la dipendenza dal gas russo non può permettersi di inciampare sullo stesso ostacolo con un fornitore diverso.

La corsa allo stoccaggio è già partita. Fuori dall’Europa, però. Pechino ha già investito, prodotto, brevettato. Sta costruendo la filiera mentre Bruxelles discute l’ennesimo accordo tripartito. Se l’Unione non si dota in fretta di strumenti veri – industriali, finanziari, normativi – rischia di vincere una battaglia e perdere la guerra. La partita dell’energia, oggi, si gioca sullo stoccaggio. E per ora, a correre, è qualcun altro.