I 56 milioni di euro finanziano tre impianti che coprono lo 0,26% del target nazionale
Il target fissato dal PNIEC per il biometano è un numero che fa girare la testa: 5,7 miliardi di metri cubi all’anno entro il 2030. Per dare un ordine di grandezza, parliamo di oltre 56 terawattora di energia primaria rinnovabile. Lo scorso 2 luglio, Capwatt ha annunciato un finanziamento da 56 milioni di euro per tre nuovi impianti che insieme produrranno 151 GWh all’anno. Un passo concreto, certo. Ma misurato sulla scala giusta, mostra esattamente quanto resta da colmare.
I tre impianti e la finanza che cambia
A dare concretezza alla corsa del biometano è l’annuncio del 2 luglio: tre nuovi impianti per una capacità produttiva complessiva di 151 GWh all’anno. Dietro l’operazione c’è un pool di finanziatori composto da ING Bank N.V. – Filiale di Milano e UniCredit S.p.A., un dettaglio che segna un cambio di passo nella bancabilità del settore. Non siamo più nella fase delle sperimentazioni con capitali pazienti: qui parliamo di project financing tradizionale, con due istituti di primo piano che mettono sul piatto 56 milioni di euro.
Pierlorenzo Monterisi, Head of Biomethane Italy di Capwatt, stima che i tre impianti eviteranno oltre 30.000 tonnellate di CO2 equivalente all’anno. Un dato che va letto insieme a quello produttivo: ogni gigawattora di biometano immesso in rete sostituisce metano fossile, con un risparmio emissivo che dipende dal mix di feedstock utilizzato. Capwatt non è nuova a questo tipo di operazioni: già nell’aprile 2025 l’azienda aveva firmato con Anaergia una lettera di intenti vincolante per nove nuovi impianti di biogas in Europa, estendendo la pipeline ben oltre i confini italiani.
Ma questi tre impianti non sono soli. Il settore si sta popolando rapidamente, e la competizione tra sviluppatori sta ridisegnando la mappa delle iniziative sul territorio nazionale.
La concorrenza si scalda
Se i tre impianti di Anaergia e Capwatt sono un segnale, il panorama è più ampio e agguerrito. Entro la fine del 2026 Eni avrà 11 nuovi impianti di biometano operativi, muovendosi con la scala industriale che ci si aspetta da un operatore energetico integrato. Parallelamente, CycleØ ha annunciato la costruzione di un nuovo impianto da 500 standard metri cubi all’ora in Italia, circa 44 GWh all’anno se consideriamo un funzionamento continuativo. Sono approcci diversi: Eni punta sul portafoglio ampio e sulla valorizzazione lungo tutta la filiera, CycleØ e Capwatt si muovono con agilità su progetti mirati. Anche sommando tutti questi impianti, però, il traguardo resta lontano.
Il PNIEC e la sfida delle centinaia di impianti
Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima non è un optional: fissa un obiettivo ambizioso che ridimensiona ogni annuncio. I 5,7 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030 equivalgono a circa 57.000 GWh. Per rendere l’idea della scala necessaria, i tre impianti annunciati il 2 luglio coprono lo 0,26% del target. Se volessimo raggiungere l’obiettivo solo con impianti di taglia analoga, servirebbero circa 380 siti produttivi. Con impianti più grandi, come quelli da 500 SMC/h di CycleØ, ne basterebbero circa 130. La realtà starà nel mezzo, ma il punto è chiaro: siamo nell’ordine delle centinaia di impianti da autorizzare, finanziare, costruire e mettere in esercizio nei prossimi quattro anni.
Per chi sviluppa e opera, la partita non è più tecnologica – la digestione anaerobica e l’upgrading a biometano sono processi maturi, con rendimenti noti e catene di fornitura consolidate. La vera sfida è logistica e autorizzativa: identificare siti con disponibilità di feedstock agricolo o da FORSU, ottenere le concessioni, gestire i tempi di allaccio alla rete Snam. E poi c’è la questione della taglia ottimale: impianti troppo piccoli faticano a ripagare i costi fissi di upgrading e connessione, impianti troppo grandi rischiano di stressare la filiera di approvvigionamento della biomassa nel raggio di convenienza economica.
Tornando ai numeri, quei 151 GWh annui equivalgono a una potenza continua di circa 17 MW termici. Per dare un riferimento concreto, un singolo elettrodotto da 132 kV trasporta potenze dieci volte superiori. Il biometano è una forma di energia distribuita per definizione: la sua forza sta nel valorizzare scarti locali, ma questo stesso pregio ne limita la scalabilità rispetto a fonti più concentrate. Il risparmio di 30.000 tonnellate di CO2eq stimato da Monterisi per i tre impianti, proiettato sull’intero target PNIEC, porterebbe a oltre 11 milioni di tonnellate evitate all’anno – un contributo significativo alla decarbonizzazione dei consumi termici, dove l’elettrificazione fatica a penetrare.
Il finanziamento da 56 milioni firmato il 2 luglio dice che le banche ci credono. Ma la domanda resta aperta: riuscirà la filiera italiana a mantenere questo ritmo nei prossimi quattro anni? I cantieri vanno aperti in fretta, perché tra permitting, costruzione e commissioning, un impianto di biometano richiede facilmente 18-24 mesi. Per chi installa e gestisce, la partita non è più tecnologica ma di scala: i prossimi anni diranno se l’Italia del biometano esiste davvero o resta una promessa sulla carta.




