Il Tar Lazio ha stabilito che il parere contrario non è vincolante per il Comune

Un’azienda agricola di Anguillara Sabazia, alle porte di Roma, presenta la domanda per un agrivoltaico avanzato. Le mappe regionali dicono che quell’area è idonea. La Soprintendenza dice no. Il Comune prende atto del parere e chiude la pratica: progetto bocciato. Fin qui, una storia come decine di altre che ogni mese si ripetono lungo la penisola. Ma questa volta il finale è diverso, perché lunedì scorso il Tar Lazio ha firmato l’annullamento del diniego. E lo ha fatto con un principio che cambia i rapporti di forza tra chi sviluppa un impianto a fonti rinnovabili e chi lo vorrebbe fermare.

La partita, in soldoni, non è più chiusa in partenza. Ricevere un parere negativo dalla Soprintendenza quando il progetto ricade in area idonea non significa più trovare la strada sbarrata. Il Tar ha spiegato con nettezza che l’amministrazione procedente – di solito il Comune, o la Regione a seconda dell’iter – non può limitarsi a prendere quel foglio, guardare il timbro e negare l’autorizzazione. Deve fare un passo in più: svolgere una propria valutazione autonoma, spiegare perché nel caso concreto la tutela del paesaggio debba prevalere sull’interesse a produrre energia da fonti rinnovabili. E deve farlo con una motivazione rinforzata, non con due righe di circostanza.

Quanto pesa (davvero) il parere della Soprintendenza

La sentenza del Tar traccia un confine che in passato era spesso sfumato nella pratica quotidiana. Il parere della Soprintendenza in area idonea resta obbligatorio, ma non è vincolante. È la differenza tra un documento che devi chiedere e un verdetto che devi subire. Lo ha chiarito senza giri di parole anche il parere non vincolante pubblicato nei giorni scorsi, che riprende l’impianto argomentativo del Tar Lazio. Per chi ha un progetto nel cassetto, l’effetto pratico è immediato: se il Comune ti dice no appoggiandosi solo al parere della Soprintendenza, quel diniego ha le gambe corte – puoi impugnarlo e hai buone probabilità di vederlo cadere.

Questo non significa che il parere della Soprintendenza diventi carta straccia. Significa che l’amministrazione deve sobbarcarsi la responsabilità di una scelta. Deve mettere sul piatto della bilancia due interessi pubblici entrambi meritevoli di tutela – il paesaggio da un lato, la produzione di energia pulita dall’altro – e spiegare perché, in quel luogo specifico, il primo deve vincere. È un esercizio che richiede istruttoria vera, non il copia-e-incolla di un parere altrui. E per i piccoli imprenditori della transizione, quelli che investono decine di migliaia di euro in un progetto agricolo-fotovoltaico sperando di ripagarselo nel giro di qualche anno, questo sposta l’asticella della convenienza: sapere che il no non è automatico riduce il rischio di impresa.

Già lo scorso maggio, del resto, il chiarimento della Corte costituzionale aveva smontato un’altra scorciatoia: l’autorità amministrativa statale non può disapplicare la normativa regionale sulle aree idonee. Solo la stessa Corte può dichiararne l’illegittimità. Quindi, se la Regione ha mappato un’area come idonea, nessun funzionario ministeriale può decidere in solitaria che quella mappa non vale. Sommando i due pezzi – la sentenza di Anguillara e la pronuncia della Consulta – il quadro diventa più nitido: le regole locali vanno rispettate, ma devono essere applicate con onestà argomentativa, non usate come foglie di fico per bloccare tutto.

Le incognite sul campo: vincoli e burocrazia che restano

La partita, però, non è vinta solo con una sentenza. Vincoli paesaggistici e culturali restano la prima ragione per cui in Italia molti impianti rinnovabili non vedono la luce. E i programmi governativi che dovrebbero semplificare la transizione, accelerando autorizzazioni e incentivi, continuano a essere afflitti da ritardi cronici. Una cosa è avere la ragione giuridica dalla propria parte, un’altra è riuscire a costruire materialmente un impianto in un Paese in cui il tempo medio per un’autorizzazione resta un’incognita difficile da mettere a budget.

Il caso di Anguillara dà una direzione e restituisce certezze a chi fino a ieri vedeva il proprio progetto arenarsi al primo incontro con un funzionario della tutela. Ma non cancella il problema di fondo: la transizione energetica ha bisogno di procedure più snelle, di uffici pubblici attrezzati per valutare i progetti senza far passare mesi, e di una politica che decida una volta per tutte se le aree idonee sono davvero tali oppure no.

Il cittadino o la piccola impresa che oggi ricevono un no dalla Soprintendenza in area idonea non devono più rassegnarsi. Possono – e devono – chiedere al Comune una valutazione motivata, verificare che non si sia limitato a imbustare il parere altrui, e se necessario impugnare il diniego. La transizione passa anche dalla capacità di far valere le regole fino in fondo, senza accontentarsi della prima porta chiusa.