Un ex sito dismesso da 40.000 metri quadrati si trasforma in un polo digitale da 48 generatori diesel
Tre mesi dopo il Decreto VIA positivo con prescrizioni firmato il 10 aprile 2026, il progetto del data center di Liscate continua a sollevare domande che vanno ben oltre i confini del comune milanese. I numeri depositati presso il Ministero dell’Ambiente parlano chiaro: 240 megawatt di potenza termica, 48 gruppi elettrogeni pronti a entrare in funzione, un’area di circa 40.000 metri quadrati in fase di trasformazione. Dietro la nuvola che promette sostenibilità digitale, c’è un impianto che per fabbisogno energetico assomiglia più a una centrale termoelettrica che a un’infrastruttura immateriale.
240 MW termici: la centrale nascosta nel Milanese
Per capire la scala del progetto bisogna partire dai dati tecnici depositati nello studio di impatto ambientale. Il data center avrà 48 gruppi elettrogeni da 2,4 MW ciascuno, per una potenza termica complessiva di 240 MW. Non stiamo parlando di pannelli fotovoltaici o sistemi di accumulo: qui il backup è affidato a generatori diesel, quelli che entrano in funzione quando la rete non basta o quando serve ridondanza assoluta. Ogni gruppo è un motore a combustione interna progettato per erogare potenza su richiesta, con tutti i carichi termici ed emissivi che questo comporta.
Il campus porta la firma di STACK Infrastructure, operatore globale americano attivo in Italia attraverso la società Infrastructure Italia Land 6 S.r.l., proponente ufficiale dell’intervento. L’area su cui sta sorgendo l’impianto è un ex sito dismesso e degradato che, secondo quanto dichiarato da Lorenzo Fucci, sarà riqualificato e rilanciato dal progetto. Una classica operazione di recupero urbano, insomma, con un colosso digitale al posto del vecchio capannone abbandonato.
L’iter autorizzativo racconta una storia lunga oltre due anni. La procedura di VIA è stata avviata il 15 marzo 2024, la consultazione pubblica è partita il 2 agosto dello stesso anno, e il termine per le osservazioni nella terza ripubblicazione è scaduto il 21 novembre 2025. Tre giri di consultazione prima di arrivare al decreto positivo con prescrizioni e raccomandazioni dello scorso aprile. Ma cosa contengono esattamente quelle prescrizioni?
Compensazioni fantasma e generatori diesel: la vera faccia del green
È qui che i documenti VIA raccontano una storia diversa da quella del recupero ambientale. Le compensazioni previste per l’impianto sono compensazioni non definite, né quantificate con precisione né compiutamente delineate nei documenti progettuali. In altre parole: l’impianto si fa, l’impronta energetica è nota e misurata al megawatt, ma il contrappeso ambientale resta una promessa scritta sull’acqua.
Nicola Di Marco, consigliere regionale del M5S in Lombardia, ha usato parole nette per descrivere il quadro normativo che circonda questi progetti. Esistono solo blande linee guida, che favoriscono il proliferare incontrollato di questo tipo di attività. Il paradosso è evidente: da un lato il recupero di un’area dismessa viene presentato come operazione virtuosa; dall’altro, la macchina che vi si installa ha un fabbisogno termico paragonabile a quello di un piccolo comune, con zero garanzie su come verranno mitigati gli impatti.
I 240 MW termici non sono un dato astratto. Significano calore dissipato nell’ambiente, significano 48 camini che espellono fumi di combustione quando i gruppi vanno in marcia, significano un carico sulla rete elettrica che in condizioni di emergenza viene sostenuto bruciando gasolio. In un’epoca in cui ogni kilowattora viene tracciato e ogni grammo di CO₂ equivalente finisce nei bilanci di sostenibilità, il data center di Liscate opera in una zona grigia dove la potenza installata è certa ma le compensazioni restano indefinite.
Il proponente ha superato tre finestre di osservazioni pubbliche senza che emergesse un quadro chiaro delle misure compensative. Il decreto VIA positivo dello scorso aprile ha chiuso la partita autorizzativa, ma le prescrizioni e raccomandazioni allegate non hanno sciolto il nodo centrale: quanta energia pulita c’è davvero dietro questa nuvola?
La corsa della nube: chi paga il conto della proliferazione
Basta guardare a poche decine di chilometri per capire che Liscate non è un caso isolato. STACK Infrastructure ha già terzo data center a Siziano, costruito in meno di 12 mesi su un terreno acquisito nel 2021. L’azienda conta complessivamente 9 campus a Milano. Nove campus. Ognuno con i suoi generatori, i suoi trasformatori, il suo carico termico. Il ritmo di costruzione — meno di un anno per un impianto completo — dice più di qualunque previsione sulla traiettoria di crescita del settore.
E non è solo STACK. secondo campus a Milano di Vantage Data Centers è stato annunciato mentre il mercato lombardo continua a surriscaldarsi. Ma il dato che mette tutto in prospettiva arriva da Ferrera Erbognone, dove campus AI da 500 MW frutto di una joint venture tra Khazna Data Centers ed Eni. Cinquecento megawatt di capacità IT dedicata all’intelligenza artificiale, inseriti in un piano che punta a raggiungere fino a 1 GW di capacità IT totale in Italia. Un gigawatt: la potenza di una centrale nucleare, distribuita in server farm che elaborano prompt e addestrano modelli.
Per chi installa e gestisce questi impianti, il vero nodo non è la taglia, ma la regia. I 240 MW di Liscate sono solo il primo mattone di un’ondata che sta ridefinendo il paesaggio energetico lombardo senza che esista una governance adeguata. Senza linee guida stringenti, ogni nuovo campus scarica sul campo oneri ambientali ancora tutti da definire: compensazioni vaghe, generatori diesel che nessuno ha veramente intenzione di spegnere, potenze termiche che restano fuori dai bilanci perché formalmente «di backup». La nuvola cresce, i megawatt si sommano, e chi abita i territori dove queste macchine atterrano aspetta ancora di sapere chi pagherà davvero il conto.




