Il primo rapporto statistico del GSE fotografa 2.448 impianti con un rendimento medio del 72,3%

Ogni volta che premi un interruttore, una centrale da qualche parte in Italia brucia un combustibile per far girare una turbina. In quel processo, una quantità enorme di calore finisce letteralmente in fumo — disperso nell’atmosfera attraverso torri di raffreddamento, mentre nei nostri termosifoni o nelle nostre fabbriche si brucia altro gas per scaldare acqua e ambienti. Un paradosso silenzioso che riguarda tutti, anche se pochi lo sanno: in Italia, oltre la metà dell’elettricità prodotta con fonti termoelettriche arriva da impianti che quel calore lo recuperano e lo usano. Eppure, fino a oggi mancava un quadro chiaro. Quanto è davvero efficiente la cogenerazione in Italia?

I numeri del primo Rapporto CAR

I dati appena pubblicati dal GSE nel primo Rapporto Statistico sulla Cogenerazione ad Alto Rendimento danno finalmente una risposta, ed è una risposta che parla di concretezza più che di promesse. Diffuso nei giorni scorsi e relativo all’anno 2024, il rapporto fotografa 2.448 unità di cogenerazione ad alto rendimento attive sul territorio nazionale, per una capacità di generazione complessiva che supera i 7,9 GW.

Non sono numeri per addetti ai lavori. Dietro quelle cifre c’è un dato che tocca direttamente l’efficienza di ciò che consumiamo: il rendimento medio di primo principio delle unità riconosciute è del 72,3%. In pratica, quasi tre quarti dell’energia contenuta nel combustibile vengono trasformati in elettricità e calore utile, invece di disperdersi. A titolo di confronto, una centrale elettrica tradizionale senza recupero termico si ferma spesso attorno al 40-45%.

Il perimetro del rapporto è già di per sé significativo: le 2.448 unità mappate coprono 30,9 TWh di elettricità e 28,9 TWh di calore utile. Ma il contesto, ricostruito anche grazie ai dati ISPRA, allarga ulteriormente la visuale. Già nel 2023, la produzione termoelettrica lorda totale italiana era stata di 162 TWh e il 59,5% veniva da impianti di cogenerazione: più della metà dell’elettricità termoelettrica nasceva da processi che non buttavano via il calore. Un’eredità che affonda le radici in scelte di policy prese quasi vent’anni fa: la direttiva europea 2004/8/CE aveva fissato l’obiettivo di raddoppiare la quota di cogenerazione nella produzione totale di elettricità — dal 9% del 1994 al 18% entro il 2010 — ed era stata recepita in Italia con il decreto legislativo n. 20 dell’8 febbraio 2007. Il rapporto CAR appena pubblicato è il primo a misurare con precisione cosa è successo dopo.

L’Italia in Europa: secondi, ma possiamo fare meglio

Guardando oltre i confini nazionali, il quadro si arricchisce di un confronto cruciale. Secondo la COGEN World Coalition, nel 2021 gli impianti italiani di cogenerazione hanno prodotto 102 TWh di elettricità, collocando il nostro Paese come il secondo produttore europeo di cogenerazione nell’UE a 27, dietro la Germania e seguita da Polonia e Paesi Bassi. Un posizionamento che racconta di un tessuto industriale e civile già attrezzato, ma anche di margini di miglioramento: essere secondi significa che la strada è tracciata, ma la distanza dalla Germania mostra che c’è ancora spazio per crescere, sia in termini di nuove installazioni sia di ammodernamento degli impianti esistenti.

Cosa significa tutto questo per le scelte energetiche di famiglie e imprese? Per un’azienda con consumi termici costanti — un caseificio, un’officina, un albergo con piscina riscaldata — la cogenerazione ad alto rendimento può tradursi in bollette più leggere e in una minore dipendenza dalla rete. Per un condominio che valuta la sostituzione della caldaia centralizzata, sapere che esistono micro-cogeneratori con rendimenti superiori al 70% cambia i termini del confronto economico con le alternative tradizionali. Non è una soluzione universale: se il calore prodotto non viene effettivamente utilizzato, i numeri smettono di funzionare. Ma quando il profilo di consumo lo permette, il risparmio è misurabile anno dopo anno.

Informarsi sulla cogenerazione ad alto rendimento non è un esercizio tecnico: per cittadini e imprese, può tradursi in energia più efficiente e potenzialmente più economica, con un impatto ambientale minore. Una scelta consapevole parte da dati come questi.