Dei tredici progetti valutati, undici sono stati respinti per motivi di difesa nazionale, mentre uno dei due approvati e’ stato

Lo scorso 24 luglio il governo svedese ha esaurito tutte le domande di permesso per parchi eolici offshore che erano rimaste in attesa di revisione. Il saldo finale è due approvazioni, undici rifiuti. E uno dei due sì è già congelato. Non è un refuso: è il riassunto di una politica che firma i permessi ma non crea le condizioni per costruire.

Il primo via libera riguarda Fyrskeppet Offshore, progetto di Skyborn Renewables autorizzato a installare fino a 93 turbine, con una produzione annua attesa tra 8 e 11 TWh di elettricità, secondo il governo. Il secondo è Vidar, un impianto da 2 GW sviluppato da Vattenfall e Zephyr, con un massimo di 75 turbine e una generazione prevista fino a 7,8 TWh all’anno. Sulla carta sono numeri importanti. Nella pratica, sono numeri che qualcuno ha già deciso di non trasformare in impianti.

Poche ore dopo l’annuncio, infatti, arriva la doccia fredda. L’amministratrice delegata di Vattenfall Anna Borg, citata da Reuters, dichiara che la società non procederà con Vidar al momento, perché le attuali condizioni di mercato non lo rendono commercialmente sostenibile. Il permesso esiste, le turbine no. La tempistica è il dettaglio che conta: il giudizio di Vattenfall è arrivato come replica immediata alla decisione politica, senza nemmeno il tempo di aprire un negoziato su incentivi o condizioni. Non è un dettaglio tecnico: un progetto autorizzato ma non costruito è il segnale più chiaro che tra il via libera politico e la sostenibilità economica c’è un fossato che il governo non ha colmato.

A conti fatti, il 24 luglio non ha risolto nulla. Ha certificato che la Svezia sa dire sì, ma non sa dire a quali condizioni. Il caso di Vidar è il più istruttivo: il permesso c’è, il progetto pure, ma nessuno ha previsto un meccanismo che renda l’investimento sostenibile. Senza quel meccanismo, il sì del governo rischia di restare un atto formale. E se il mercato non regge nemmeno un progetto autorizzato, cosa ha davvero pesato sugli altri undici no?

Il muro della difesa

Dietro il congelamento di Vidar c’è una ragione economica. Dietro gli undici no, invece, c’è un muro militare. Secondo il governo, i progetti respinti avrebbero avuto un impatto inaccettabile sulle capacità di difesa della Svezia. Non è un criterio nuovo né estemporaneo: già nel novembre 2024 la Svezia aveva respinto 13 richieste di parchi eolici offshore nel Mar Baltico per motivi di difesa. La decisione di luglio, insomma, non introduce il filtro militare: lo conferma e lo estende, trasformandolo nella variabile dominante con cui ogni domanda di parco eolico offshore viene valutata.

Il dato politico è che l’eolico offshore svedese non si gioca più solo sul piano energetico o economico, ma su quello della sicurezza nazionale. E su quel piano il margine di negoziazione per gli sviluppatori è minimo. Prima del 24 luglio, durante l’attuale mandato, il governo aveva già approvato tre parchi eolici offshore: Kattegatt Syd, Galene e Poseidon. Il conteggio dei sì sale, ma il numero non dice nulla sulla capacità del sistema di trasformare i permessi in impianti funzionanti. Resta da capire se il progetto approvato e non costruito diventerà un caso isolato o l’inizio di una resa più ampia.

Chi costruirà davvero?

Mentre Vattenfall si ritira, Zephyr ha contestato pubblicamente le motivazioni del governo per i rifiuti. Skyborn Renewables, sviluppatore di Fyrskeppet, spiega che l’eolico offshore necessita di un sostegno statale simile a quello concesso al nucleare: condivisione del rischio, prestiti agevolati, prezzi garantiti o qualcosa di simile. Vattenfall, da parte sua, afferma che oggi mancano le condizioni per investire nell’eolico offshore in Svezia. Il quadro che ne esce è quello di un settore che chiede allo Stato di fare per l’eolico ciò che ha fatto per il nucleare, mentre lo Stato concede permessi e poi si ferma. La distanza tra le due posizioni è netta: chi chiede strumenti concreti, chi si limita a firmare autorizzazioni.

La domanda non è se la Svezia voglia l’eolico offshore. È se sia disposta a creare le condizioni perché qualcuno lo costruisca davvero. Per i prossimi progetti il punto resta aperto: chi costruirà le turbine, se anche un permesso approvato non basta a farle partire?