Il catalogo del ministero censisce 191 misure, ma la rimozione procede a rilento rispetto ad altri paesi europei

Prendi l’ultima bolletta del gas che ti è arrivata. Leggi la spesa per la materia prima, gli oneri di sistema, le imposte. Ecco, in quelle voci c’è anche una parte di quei 25,4 miliardi di euro che lo Stato ha speso nel 2024 per sovvenzionare attività che danneggiano l’ambiente. Un paradosso silenzioso, che paghiamo due volte: una volta con le tasse che finanziano i sussidi, una seconda con i costi dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici. Questo controsenso quotidiano ha un nome ufficiale: Sussidi Ambientalmente Dannosi, o SAD. E da qualche anno l’Italia ha uno strumento per mapparli, come spiega il Catalogo dei sussidi ambientali del Ministero dell’Ambiente.

L’inventario della verità

Per capire quanto pesano davvero questi sussidi e chi li controlla, bisogna entrare dentro il Catalogo. È uno strumento che esiste su carta fin dal 2015, quando l’articolo 68 della Legge n. 221 incaricò l’allora Ministero dell’Ambiente di stilare ogni anno un elenco dei sussidi dannosi e di quelli favorevoli all’ambiente. Il monitoraggio è partito concretamente nel 2016, e da allora il Catalogo viene aggiornato annualmente attingendo ai dati di una rete di soggetti che include Istat, Banca d’Italia, ministeri, Regioni, enti locali, università e centri di ricerca. Non è un esercizio contabile fine a se stesso: è la base informativa su cui si dovrebbero costruire le scelte politiche.

I numeri dell’ultima rilevazione, pubblicata lo scorso anno nella settima edizione del Catalogo, raccontano una storia fatta di luci e ombre. Le misure censite sono salite a 191, e da queste scaturiscono 25,4 miliardi di euro di sussidi dannosi. È una cifra imponente, ma accanto c’è un dato che indica una direzione possibile: lo stesso Catalogo registra un valore record di 71,8 miliardi di euro di sussidi ambientalmente favorevoli, quelli che spingono nella direzione giusta. La differenza tra le due cifre non è solo contabile: dice che la leva pubblica può essere orientata, se c’è la volontà di farlo.

Qualche passo concreto è stato fatto. Il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica ha lavorato a un processo di riforma che ha portato, già quattro anni fa con il Decreto-Legge 27 gennaio 2022, n. 4, all’eliminazione di cinque sussidi alle fonti fossili. Erano stati individuati nel Catalogo per il Piano Nazionale Energia e Clima del 2019: cancellarli ha evitato un effetto finanziario dannoso di quasi 106 milioni di euro all’anno. Non è una rivoluzione, ma la prova che rimuovere i sussidi sbagliati è possibile quando si guardano i numeri con onestà.

Il lavoro non si ferma qui. C’è un progetto più ampio, portato avanti insieme all’OCSE, che punta a costruire un’agenda nazionale per la riforma fiscale ambientale. L’obiettivo, come si legge nel piano d’azione ufficiale ospitato dal MASE, è inquadrare la rimozione dei sussidi dannosi dentro una riforma fiscale più organica, agganciata agli impegni del PNRR e al Green Deal europeo. Significa che il tema non è un vezzo da ambientalisti, ma un pezzo del negoziato su come l’Italia spende le risorse dei prossimi anni.

Eppure, nonostante questi progressi, l’Italia resta indietro rispetto a chi ha già deciso di fare sul serio. Cosa manca?

La lista della spesa che manca

Mentre noi discutiamo, la Danimarca ha già tradotto in legge l’eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili. È l’unico paese dell’Unione Europea ad averlo fatto, in un continente dove, secondo i dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, nel 2023 i sussidi alle fonti fossili hanno raggiunto circa 111 miliardi di euro. L’Italia, con i suoi 25 miliardi di sussidi dannosi, contribuisce a quella cifra in modo rilevante. Ma al momento non ha ancora un percorso legislativo definito per superarli.

Non si tratta di un appello etico o di una predica. È una questione di efficienza della spesa pubblica. Ogni euro dato a un sussidio dannoso è un euro che non finanzia una detrazione per chi isola casa, un contributo per una comunità energetica, uno sconto su un abbonamento al trasporto pubblico. Il Catalogo esiste, è pubblico, è aggiornato: chiunque può consultarlo per capire esattamente quali misure pesano di più e quali sono state già rimosse. Questa trasparenza è la leva che abbiamo come cittadini per chiedere conto delle scelte pubbliche, senza aspettare che qualcun altro lo faccia per noi.

La prossima volta che sentirai parlare di transizione ecologica, saprai che dietro le parole ci sono numeri precisi. E saprai a chi chiedere conto dei 25 miliardi di sussidi dannosi che ancora finanziamo, spesso senza saperlo, ogni volta che apriamo la bolletta del gas.