La corsa europea allo stoccaggio a batteria procede, ma tre integratori cinesi controllano il 76% del mercato.

A metà settembre, l’analisi di Watson Farley & Williams sullo stoccaggio energetico europeo ha riportato l’attenzione su un mercato in forte accelerazione. I numeri del 2025, da soli, descrivono una corsa: 36 GWh di batterie installate, +48 per cento in un anno. Ma accanto a questo dato, un altro indicatore sposta l’asse della discussione: secondo Wood Mackenzie, gli integratori cinesi hanno assorbito il 76 per cento del mercato globale dei sistemi di accumulo a batteria nel 2025. Una quota che rende il resto del quadro più fragile di quanto appaia.

36 GWh e 17 miliardi: la corsa europea

La fotografia del 2025, elaborata da SolarPower Europe e ripresa da ees Europe, mostra un’accelerazione netta. Le installazioni annue di accumulo a batteria in Europa sono aumentate del 48 per cento, toccando i 36 GWh. La capacità cumulativa ha superato i 100 GWh e gli investimenti nel settore hanno raggiunto i 17 miliardi di euro. Sono numeri da leggere con attenzione: il GWh misura la capacità di immagazzinare energia, non l’energia effettivamente immessa in rete, e i 17 miliardi raccontano solo la spesa, non il rendimento. Il +48 per cento, inoltre, è un confronto anno su anno: dice che il mercato accelera, non che abbia risolto i suoi problemi strutturali.

La coda invisibile: 120 GW in attesa di rete

Dietro i numeri record c’è un collo di bottiglia che cresce altrettanto rapidamente. La Commissione europea segnala la presenza di code di connessione alla rete in almeno 16 paesi dell’UE. Non si tratta di piccoli ritardi: circa 120 GW di progetti rinnovabili maturi, incluse 1,5 milioni di installazioni domestiche, rischiano di non ottenere un accesso tempestivo alla rete entro il 2030. Il paradosso è evidente: più batterie e rinnovabili si installano, più la rete diventa il vincolo. La capacità di immagazzinare è inutile se manca il collegamento per scambiare l’energia.

Il dato dei 120 GW va preso come una proiezione, non come una condanna: indica progetti considerati maturi, quindi già in fase avanzata, che potrebbero restare fermi. Se la rete non li accoglie, l’aumento delle installazioni rischia di trasformarsi in un picco isolato. E la crescita europea, per quanto robusta, dipende dalla possibilità di portare i gigawattora dove servono.

Tre marchi cinesi su quattro gigawatt

Mentre l’Europa affronta le code di connessione, la classifica degli integratori racconta una storia diversa. Secondo Wood Mackenzie, gli integratori cinesi hanno catturato il 76 per cento del mercato globale dei BESS nel 2025. In testa Sungrow, che mantiene il primo posto; BYD è passata dal quinto al secondo; Huawei è entrata nella top tre. Sono tre nomi su cui si concentrano tre quarti del mercato mondiale.

Il 76 per cento è un dato di quota, non di capacità installata. Misura quanto controllo hanno i fornitori sull’integrazione dei sistemi, cioè su chi assembla i componenti in una macchina funzionante. Per un’Europa che investe 17 miliardi e che cerca di costruire una filiera propria, è il numero da tenere d’occhio. Se i 120 GW in coda non si sbloccano, il rischio non è solo infrastrutturale: è che la dipendenza da tre fornitori diventi strutturale prima ancora che la rete sia pronta.

I prossimi mesi diranno se le code si riducono. Per ora, il dato più importante da monitorare non è il +48 per cento del 2025, ma i 120 GW di progetti a rischio rete. La crescita delle batterie può diventare la spina dorsale del sistema elettrico europeo, ma solo se i colli di bottiglia vengono sciolti. Altrimenti resterà un picco isolato, per quanto imponente.