La quota complessiva delle rinnovabili nell’Ue è calata dal 47,9% del 2024 al 47,7%
Nel 2025 l’Europa ha spento il carbone e acceso il vento – o almeno così sembra. La realtà è più scomoda. Secondo l’analisi annuale di Ember, pubblicata ieri, lo scorso anno eolico e solare hanno generato per la prima volta più elettricità di tutte le fonti fossili messe insieme: 30,1% contro 29,0%. Una soglia psicologica superata. Ma se si guardano i numeri con un po’ di freddezza, la festa va rimandata: la quota complessiva delle rinnovabili nell’elettricità dell’UE era già al 47,9% nel 2024. Nel 2025 è scesa al 47,7%. Non è cresciuta. Si è fermata.
Il paradosso è tutto qui. L’Unione europea può rivendicare un sorpasso storico – 841 TWh generati da vento e sole contro gli 809 TWh delle fonti fossili – ma non può nascondere che la transizione, per la prima volta dopo anni di avanzata, mostra segni di stallo. Le condizioni meteorologiche del 2025 sono state atipiche, annota il rapporto, e questo ha frenato la produzione idroelettrica e in parte quella eolica. Resta il fatto che la quota rinnovabile non è aumentata. E in un sistema che deve decarbonizzarsi a tappe forzate, fermarsi equivale a perdere terreno.
Un sorpasso senza accelerazione
I numeri degli ultimi cinque anni raccontano una storia di progresso robusto, che però nel 2025 ha smesso di correre. Dal 2020 al 2025, eolico e solare sono passati dal 19,7% al 30,1% del mix elettrico europeo: oltre dieci punti percentuali guadagnati. Nello stesso periodo, i combustibili fossili sono scesi dal 36,7% al 29,0%, perdendo quasi otto punti. Una traiettoria che ha permesso all’UE di raggiungere il punto di svolta – il tipping point, come lo chiama Ember – con il sorpasso delle rinnovabili sui fossili.
Ma il 2025, anno del sorpasso, è anche l’anno in cui quella traiettoria si è appiattita. La quota complessiva delle rinnovabili è rimasta sostanzialmente identica a quella del 2024. È come se il sistema avesse raggiunto un primo limite fisiologico: quello in cui aggiungere capacità eolica e solare non basta più a far salire la percentuale, perché la domanda cresce, perché l’idroelettrico arretra, perché il gas resta lì, silenzioso, a coprire i buchi.
L’Europa a due velocità
La media europea, come tutte le medie, nasconde una geografia disomogenea. In quattordici dei ventisette paesi dell’UE, eolico e solare hanno già superato la generazione da fonti fossili. Nel 2025 si sono aggiunti alla lista i Paesi Bassi e la Croazia, che hanno tagliato per la prima volta questo traguardo. Un segnale che la transizione avanza in modo capillare, ma anche un promemoria: tredici paesi restano al di sotto di quella soglia. E tra chi corre e chi arranca, la distanza rischia di allargarsi.
Non è solo una questione di impegno politico. È una questione di geografia, di vento, di infrastrutture ereditate. I paesi che partivano con più carbone hanno dovuto fare più strada. Quelli con più gas, invece, hanno potuto rallentare. Ed è proprio il gas il convitato di pietra di questa storia.
La vera partita si gioca sul gas
Con il carbone ormai ai minimi storici – già nel 2023 aveva toccato il punto più basso di sempre, e da allora ha continuato a scendere – la transizione europea si è spostata sul gas naturale, un avversario molto più difficile da scalzare. Il carbone lo si può chiudere con un atto amministrativo, come hanno fatto diversi governi. Il gas no: serve a bilanciare l’intermittenza di eolico e solare, a tenere accese le luci quando il vento cala e il sole tramonta. È la stampella del sistema, e finché non si costruiscono alternative – stoccaggio, reti, domanda flessibile – resterà lì.
I dati lo confermano. Il sorpasso del 2025 è reale, ma è avvenuto in un anno in cui i fossili rappresentavano ancora il 29% dell’elettricità europea. Ventinove punti percentuali sono una quota che fa rumore, in un continente che si è dato obiettivi di decarbonizzazione sempre più stringenti. Dal 2020, i combustibili fossili hanno perso quasi otto punti percentuali. Al ritmo attuale, azzerarli del tutto richiederebbe più di un decennio. Troppo, per le scadenze che l’Unione si è imposta.
E poi c’è la questione dell’affidabilità. Le rinnovabili hanno tenuto, nonostante un anno meteorologicamente difficile. Ma il fatto che la quota sia rimasta stabile e non sia cresciuta suggerisce che il sistema ha già assorbito la capacità più facile da installare. I prossimi punti percentuali saranno i più costosi, i più complessi, quelli che richiedono di ripensare non solo la generazione ma l’intera architettura della rete. La domanda del 2026, allora, non è se le rinnovabili continueranno a crescere. Continueranno, quasi certamente. La domanda è se il sistema elettrico europeo è pronto a gestire l’intermittenza su scala molto più ampia e a dire addio al gas senza mettere a rischio la sicurezza dell’approvvigionamento. Perché il carbone è già uscito di scena. Il gas, invece, è ancora lì. E non ha nessuna intenzione di andarsene da solo.
Il sorpasso del 2025 è un punto di non ritorno, non un traguardo. Segna la fine dell’era in cui i combustibili fossili dominavano la rete elettrica europea, ma non l’inizio di un’era in cui le rinnovabili bastano a sé stesse. La sfida ora è trasformare un sistema ancora insicuro, ancora appeso a una stampella fossile, in una rete pulita e affidabile. E il tempo stringe.




