Il finanziamento da 730 milioni include batterie e una quota italiana oltre 350 megawatt.
Già nel dicembre 2024 Sonnedix aveva chiuso un rifinanziamento da 3,25 miliardi di euro, il più grande della sua storia in quel momento. Lo scorso 3 agosto, secondo il comunicato ufficiale della società, ne ha annunciato uno nuovo da 730 milioni. Sembra un passo indietro, meno di un quarto in valore nominale. Ma dentro quei soldi c’è il numero che spiega il cambio di direzione: l’Italia rappresenta la quota maggiore, con una capacità complessiva superiore ai 350 megawatt, e l’operazione include l’integrazione di batterie. Dietro, c’è un portafoglio di accumulo da circa 2,8 gigawatt, di cui 260 megawatt arrivati da una singola acquisizione a Tuscania.
Un numero che non torna
Il punto non è la cifra assoluta. È come viene allocata. L’Italia porta più di 350 megawatt del finanziamento; non è molto se confrontato con il portafoglio totale di Sonnedix, che ammonta a 12 gigawatt: più di 1 in costruzione, 4 in esercizio, 6 in fase di sviluppo. Ma quei 350 megawatt italiani non sono semplici impianti fotovoltaici da rifinanziare. Arrivano con l’integrazione di batterie, perché la società inquadra la mossa nella propria strategia di ibridazione.
Qui il dato va letto con precisione. I megawatt indicano potenza installata, non energia prodotta. E tra potenza e ricavi c’è una differenza sostanziale: un impianto solare genera solo quando c’è sole, una batteria può spostare quell’energia nelle ore in cui vale di più. È per questo che il capitale sta cambiando destinazione. Ma perché 730 milioni per pochi gigawatt? La risposta sta nel modo in cui si finanzia un impianto che deve produrre anche quando non c’è sole.
L’ibrido non è una scommessa: è la condizione per restare in gioco
Il rifinanziamento da 3,25 miliardi di euro concluso a dicembre 2024 non era un fine a sé stesso: doveva servire ad accelerare lo sviluppo di progetti di stoccaggio e ibridi. Il percorso è coerente. Sonnedix ha acquisito un portafoglio di 260 megawatt di batterie a Tuscania, in Italia, portando la capacità complessiva di accumulo (BESS) a circa 2,8 gigawatt. Non è un dettaglio tecnico: è la struttura che determina il rendimento futuro dei progetti.
Il numero di banche coinvolte conferma che l’operazione non è vista come una scommessa. Il finanziamento da 730 milioni è stato formalizzato con la partecipazione di AIB, CACIB, CIBC, ING, Intesa Sanpaolo, Sabadell, Santander CIB, Societe Generale e UniCredit. Nove istituti su un’operazione di questo tipo indicano che il finanziamento dell’ibrido è diventato un’attività ordinaria, non un esperimento.
Secondo la fonte specializzata pv-tech, Sonnedix ha in Italia una pipeline di sviluppo di quasi 1,4 gigawatt e si è aggiudicata capacità nell’asta FER X dell’anno precedente. Partecipare all’asta, vincerla, e poi portare avanti lo sviluppo con batterie integrate è il nuovo modo di entrare nel mercato: non basta costruire pannelli, serve dimostrare di saper gestire l’accumulo.
La gara non è sui megawatt, ma su chi li accende per primo
Il confronto con gli altri operatori lo conferma. Nadara, produttore indipendente con sede nel Regno Unito, ha ottenuto 1,2 miliardi di euro per rifinanziare un portafoglio operativo da 1,5 gigawatt in Europa, che include 13 progetti solari fotovoltaici. Recurrent Energy, società controllata da Canadian Solar, ha ottenuto una linea multi-valuta fino a 1,3 miliardi di euro per continuare a sviluppare e costruire progetti solari e di accumulo in Spagna, Italia, Regno Unito, Paesi Bassi, Francia e Germania.
La differenza non sta nei megawatt finanziati, ma in chi li trasforma in batterie attive e ricavi. Il portafoglio BESS complessivo di Sonnedix è di circa 2,8 gigawatt. Il dato da tenere d’occhio nei prossimi mesi non è il totale del finanziamento, ma la velocità con cui quei 2,8 gigawatt entreranno in esercizio: è lì che si deciderà il rendimento del capitale.




