Il sistema Brizo ha ottenuto la convalida DNV, ma il limite di 3,5 metri resta lontano dalle condizioni del Mare
Tre metri e mezzo. È l’altezza massima dell’onda che il sistema Brizo promette di domare — meno di un terzo di quanto già fanno i concorrenti. Eppure, è l’ultima scommessa di una famiglia che da quasi due secoli sfida il mare. Lo scorso 6 luglio, Fred. Olsen 1848 — la costola innovativa del gruppo norvegese — ha ottenuto la convalida di DNV per il suo sistema fotovoltaico galleggiante. Un passo che, sulla carta, apre le porte al solare offshore. Nei fatti, però, solleva più di un dubbio.
Un passo timido verso il mare aperto
All’inizio di quest’anno, l’azienda ha lanciato un’installazione pilota in Portogallo, presso l’EDP Floating PV Lab di Alto Rabagão: la prima struttura in Europa aperta a test pubblici su solare galleggiante e idroelettrico. Fred. Olsen 1848 è una delle prime due società a sperimentare lì, insieme all’americana Sperra. Il progetto Brizo è stato pensato per resistere a onde fino a 3,5 metri — un limite tecnico che dice già molto su quali mari potrà affrontare.
La validazione ottenuta da DNV copre metodologie di progettazione, valutazioni dei carichi idrodinamici basate su test su modelli in scala, comportamento strutturale e procedure di collaudo. Secondo DNV, si tratta di un passaggio che dovrebbe accompagnare la tecnologia dalla fase pilota a una possibile diffusione commerciale. Ma quando si parla di “ambiente esposto”, il confine è netto: sotto i 3,5 metri si resta in acque che, per quanto agitate, sono ancora lontane dalle condizioni del Mare del Nord o dell’Atlantico aperto.
La famiglia Fred. Olsen non è nuova alle sfide marittime. L’origine della Fred. Olsen & Co. risale al 1848, quando entrò per la prima volta nel settore della proprietà navale. Da allora ha attraversato guerre, crisi energetiche e rivoluzioni tecnologiche. Oggi, con Fred. Olsen 1848, prova a reinventarsi nel solare offshore. Ma proprio quel nome — 1848 — ricorda quanto sia lunga la storia e quanto, a volte, i passi possano essere cauti.
Quando l’onda diventa un muro: il gap competitivo
Mentre il laboratorio portoghese festeggia la certificazione, fuori c’è chi ha già alzato l’asticella. Il sistema offshore di Oceans of Energy è progettato e testato per resistere a onde alte fino a 13 metri. Parliamo di un ordine di grandezza completamente diverso: non una lieve differenza tecnica, ma un abisso. Fred. Olsen 1848 fissa il suo obiettivo a 3,5 metri, Oceans of Energy opera in condizioni quasi quattro volte più estreme. E lo fa già nel Mare del Nord, dove le onde da 10-13 metri non sono un’eccezione ma la norma invernale.
La verifica DNV, però, ha un valore che va oltre il singolo brevetto. Secondo DNV, il solare galleggiante sta entrando in una nuova fase di maturità, in cui l’industria deve uscire dalle acque riparate per raggiungere una scala significativa. In questo senso, anche un sistema limitato a 3,5 metri allarga il mercato potenziale: non più solo laghi, bacini idroelettrici o baie protette, ma tratti costieri moderatamente esposti. La domanda è quanto valore economico abbia questa fetta aggiuntiva.
L’installazione di Alto Rabagão mostra anche un ecosistema che si sta formando. Sperra e Fred. Olsen 1848 hanno collaborato all’installazione, con Sperra che ha fornito ancore a gravità in cemento stampato in 3D. Una co-innovazione che segnala vitalità nella filiera del fotovoltaico galleggiante. Ma se il massimo che si riesce a immaginare per il mare aperto è un’onda di tre metri e mezzo, il rischio è di consolidare una nicchia anziché aprire una frontiera.
Transizione o illusione? La domanda che resta
Dietro i numeri e le certificazioni, il nodo per la transizione energetica rimane tutto da sciogliere. La validazione di DNV non è un via libera definitivo: è una verifica tecnica che dice “questo sistema, in certe condizioni, può funzionare”. Non dice se quelle condizioni siano abbastanza diffuse da giustificare investimenti massicci, né se i costi dell’elettricità prodotta da pannelli che beccheggiano su onde moderate saranno mai competitivi con l’eolico offshore o con il fotovoltaico a terra.
Per le imprese che valutano progetti di solare offshore, il calcolo è ancora pieno di incognite: resa energetica, manutenzione in ambiente marino, durata effettiva dei materiali. Per i cittadini, che guardano alla transizione come a una promessa di bollette più basse e approvvigionamenti più sicuri, la cautela di Brizo può suonare come un limite. O forse come un realismo che manca altrove. Resta un dubbio di fondo: la corsa al rinnovabile offshore sta procedendo per piccoli passi misurabili o è una promessa fragile come le onde che tenta di cavalcare? Per ora, l’unica certezza è che tre metri e mezzo — il massimo che Brizo promette — non bastano a rispondere.




