Il processo decisionale lento e l’affaticamento manageriale frenano l’adozione sui tetti
Nel Regno Unito che ambisce a diventare una superpotenza dell’energia pulita, il solare installato su tetti commerciali e industriali ha raggiunto circa 500 MW. La cifra l’ha data Gurpreet Gujral, CEO di Finlight, secondo quanto riportato da PV Tech. Siamo a metà 2026, e in un Paese dove il fotovoltaico è — stando al governo — «una delle fonti più economiche e veloci da costruire», mezzo gigawatt di potenza sui tetti di capannoni, uffici e stabilimenti è un numero che scomposto rivela più ostacoli che progressi.
500 MW: un traguardo che è un campanello d’allarme
Mezzo gigawatt. Per dare un ordine di grandezza: è all’incirca la potenza di un singolo parco solare a terra di medie dimensioni, non il frutto di anni di installazioni diffuse sul tessuto produttivo della quinta economia mondiale. Nei giorni scorsi, durante un panel al Clean Power 2030 Summit, gli operatori del settore hanno messo sul tavolo i numeri e le frizioni che spiegano questo scarto. Il potenziale c’è, i tetti pure, il costo dell’elettricità da rete continua a salire. Come mai allora così pochi megawatt all’attivo? La risposta ha meno a che fare con la tecnologia e molto con il modo in cui le aziende prendono le decisioni — o non le prendono.
La fatica di decidere: quando il progetto muore prima di nascere
Gurpreet Gujral ha parlato di «affaticamento». Il processo decisionale per un impianto solare commerciale o industriale — che sia dietro al contatore o connesso alla rete — coinvolge più livelli aziendali, dai facility manager ai direttori finanziari, passando per consulenti e installatori. Ogni passaggio allunga i tempi, e ogni ritardo logora l’interesse delle parti. «I ritardi nel processo decisionale possono creare un senso di affaticamento tra i soggetti coinvolti», ha detto Gujral durante il panel. È un circolo vizioso: più il progetto si trascina, più chi doveva sostenerlo si disimpegna, e più diventa probabile che naufraghi prima ancora di arrivare alla fase esecutiva.
Shimon Shoshani, co-fondatore e direttore commerciale di Plugyy Energy Solutions, ha aggiunto un tassello: ci sono progetti con «potenziale teorico» che vengono affossati durante la negoziazione semplicemente perché i decisori non hanno voglia di trattative prolungate. Il progetto tecnicamente regge, i numeri economici tornano, ma manca la volontà di portarlo fino in fondo. Non è un problema di pannelli o inverter: è un problema di perseveranza manageriale. Monika Paplaczyk, direttrice degli investimenti di Thrive Renewables, ha descritto un «disallineamento» tra gli orizzonti temporali degli investitori — che ragionano su cicli di lungo periodo — e quelli degli sviluppatori e degli acquirenti C&I, che spesso vogliono risultati immediati o hanno finestre decisionali dettate dai budget annuali. Se chi mette i soldi guarda a dieci anni e chi firma il contratto guarda al trimestre successivo, l’incontro è difficile già in partenza.
E poi ci sono le barriere più note, già segnalate da Solar Energy UK nell’estate del 2025: i costi iniziali restano un ostacolo per molti potenziali acquirenti, e la consapevolezza dei benefici del solare — sia domestico sia commerciale — è ancora troppo bassa. Il paradosso è che proprio a giugno 2025 il governo britannico aveva messo il solare «al centro della nostra missione per fare del Regno Unito una superpotenza dell’energia pulita», pubblicando una Solar Roadmap che descriveva la tecnologia come una delle più economiche e rapide da realizzare. A tredici mesi di distanza, le parole non si sono ancora tradotte in una pipeline robusta di progetti C&I.
Consolidamento in arrivo: la risposta del mercato all’immobilismo
Mentre i singoli progetti faticano a superare la fase decisionale, l’industria del solare distribuito cambia pelle. Lo scorso marzo, due operatori specializzati — Atrato Onsite Energy e Finlight — hanno annunciato la fusione, dando vita a quella che le due società definiscono la principale azienda europea di generazione distribuita. La nuova entità combina circa 700 MW di capacità installata e in costruzione, distribuiti su 815 impianti commerciali e industriali e 23.000 sistemi solari e batterie residenziali tra Regno Unito, Spagna e Portogallo. Numeri che, messi accanto ai 500 MW di installazioni C&I realizzate finora nel solo Regno Unito, danno la misura del salto di scala.
Il consolidamento è una risposta quasi fisiologica alla frammentazione del mercato: se i progetti piccoli si incagliano nei processi decisionali dei singoli clienti, mettere insieme un portafoglio ampio e diversificato permette di diluire il rischio, standardizzare le procedure e offrire soluzioni chiavi in mano che accorciano — almeno in parte — la catena decisionale. La domanda aperta è se la scala basti da sola a scardinare l’inerzia che finora ha tenuto il solare C&I britannico ben al di sotto del suo potenziale.
Il solare commerciale e industriale nel Regno Unito non ha un problema di tecnologia, ma di processo. Le inefficienze decisionali, l’affaticamento delle parti, il disallineamento delle tempistiche tra chi investe e chi consuma: sono questi i colli di bottiglia che spiegano perché, dopo anni di ambizioni e roadmap, si continui a parlare di 500 MW. Anche la più grande fusione non potrà fare miracoli se a monte resta irrisolto il nodo di come le aziende decidono — o non decidono — di installare pannelli sui propri tetti. Da tenere d’occhio, nei prossimi mesi, è quanti di quei 700 MW targati Finlight troveranno terreno fertile nel Paese che voleva essere una superpotenza del sole.




