L’appalto da cinque milioni per undici anni solleva dubbi sul reale impegno nella transizione energetica
L’annuncio e l’ombra dei numeri
L’affidamento in concessione riguarda la realizzazione e gestione di interventi di decarbonizzazione in dieci siti di proprietà o nella disponibilità di Padania Acque S.p.A. nel territorio della provincia di Cremona. La scadenza per presentare le offerte è fissata al 22 settembre 2026, e la concessione avrà una durata complessiva di undici anni e tre mesi. Tradotto: chi si aggiudicherà l’appalto dovrà costruire gli impianti e gestirli fino quasi al 2038. Il tutto per un importo che, nel mercato del fotovoltaico utility-scale, equivale a un progetto di taglia media, non certo a un programma di trasformazione industriale.
A rendere imbarazzante il confronto basta un dato. Già nell’agosto 2025, Pavia Acque Scarl — altra società pubblica del servizio idrico integrato, in un territorio confinante — aveva lanciato una gara da 15,89 milioni per progetti fotovoltaici, con scadenza fissata all’ottobre dello stesso anno. Più del triplo delle risorse, stesso settore, stesso modello di concessione. Undici mesi separano i due bandi, e il divario non è solo temporale: è il sintomo di una frammentazione che lascia al singolo gestore la scelta su quanto e come investire, senza alcuna regia centrale. Il risultato è che mentre una provincia accelera, quella accanto procede al passo del gambero.
Padania Acque, dal canto suo, rivendica nella propria comunicazione istituzionale di orientare l’attività allo sviluppo sostenibile del servizio idrico attraverso politiche di investimento strutturate, pensate per garantire affidabilità, qualità del servizio e tutela della risorsa nel tempo. Un impegno scritto, che però cozza con la modestia della cifra messa sul piatto: 5 milioni spalmati su oltre undici anni significa meno di 500mila euro l’anno. Poco più di una manutenzione straordinaria, se paragonata ai bilanci di un gestore che serve un intero territorio provinciale. Siamo di fronte a un progetto di decarbonizzazione o a un esercizio di greenwashing a bassa intensità? La domanda è legittima, perché quando l’annuncio è grande e l’assegno è piccolo, qualcuno sta giocando con le parole.
Un passo da formica nella corsa del sole
Per capire quanto sia sproporzionato questo bando basta allargare lo sguardo al contesto nazionale. Ad aprile 2026 la generazione fotovoltaica è diventata la prima fonte rinnovabile italiana, superando l’idroelettrico dopo anni di rincorsa. La produzione ha toccato i 5 miliardi di kWh, con un incremento del 23,7% rispetto allo stesso mese del 2025. Non si tratta di una fiammata isolata: è la conferma di una traiettoria che sta ridisegnando il mix energetico nazionale, trainata dagli impianti a terra, dai tetti industriali e dai primi grandi progetti di agrivoltaico.
In questo scenario, l’intervento di Padania Acque pesa come un granello di sabbia in una tempesta. Cinque milioni di euro, per un settore — quello idrico — che consuma energia in modo massiccio e continuativo per il pompaggio, la depurazione e la distribuzione, sono la cifra di chi affronta la decarbonizzazione non come una leva strategica ma come un adempimento da spuntare. Non è un problema solo cremonese: il modello delle concessioni pubbliche, con gare frammentate e durate lunghissime, rallenta la diffusione delle rinnovabili proprio nei comparti che più ne avrebbero bisogno per abbattere i costi operativi e le emissioni. Undici anni e tre mesi di concessione sono un orizzonte temporale che congela le scelte tecnologiche: ciò che oggi è efficiente potrebbe essere obsoleto tra cinque anni, e non ci sarà modo di correggere la rotta.
Il paradosso è che proprio le utility idriche potrebbero beneficiare in modo diretto dell’autoproduzione fotovoltaica: consumano di giorno, hanno tetti e terreni disponibili, operano in aree dove il costo del terreno non è proibitivo. Eppure la macchina pubblica si muove con la lentezza di chi non ha urgenza, mentre fuori il mercato privato corre. A Cremona come a Pavia, dove pure il bando è più robusto, manca una logica di sistema: ogni gestore fa per sé, con risultati che oscillano tra l’ambizioso e il risibile. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica osserva, ARERA regola le tariffe, il GSE eroga gli incentivi, ma nessuno sembra chiedersi perché due società pubbliche che fanno lo stesso mestiere a poche decine di chilometri di distanza investano cifre così diverse nella stessa tecnologia.
Chi vince e chi perde nella transizione idrica
Con la scadenza del 22 settembre 2026 alle porte, le imprese del settore fotovoltaico si preparano a presentare le offerte. Per loro, cinque milioni restano pur sempre un contratto, specie in una fase di mercato in cui i grandi progetti utility-scale si contendono le attenzioni dei fondi internazionali. Ma la posta in gioco va oltre il singolo appalto. Ciò che questo bando racconta è una transizione a due marce: da un lato l’Italia dei record e dei gigawatt installati, dall’altro l’Italia delle partecipate pubbliche che procedono a passo d’uomo, accumulando ritardi che si trasformeranno in costi più alti per i cittadini e in emissioni evitate solo sulla carta.
Undici anni e tre mesi sono un’eternità. In questo lasso di tempo, il panorama normativo ed economico del fotovoltaico potrebbe cambiare radicalmente, e il concessionario si troverà a gestire impianti la cui convenienza dipende da variabili che oggi nessuno può prevedere. Nel frattempo, i cittadini cremonesi continueranno a pagare bollette dell’acqua che includono costi energetici che il sole, teoricamente, potrebbe abbattere. E le imprese del territorio vedranno passare un’occasione per agganciare la filiera locale delle rinnovabili a un committente pubblico stabile.
A settembre le buste si apriranno, e qualcuno si aggiudicherà la concessione. Ma l’unica certezza, oggi, è che la decarbonizzazione dell’idrico pubblico viaggia ancora con il freno a mano tirato. Non per mancanza di tecnologia né di sole. Per mancanza di ambizione, di coordinamento, e di quella sana urgenza che i dati mensili di Terna, ormai, dovrebbero imporre anche ai dirigenti più prudenti. La risposta definitiva sull’efficacia di questi progetti — se saranno vera leva di sostenibilità o operazione di facciata — arriverà forse solo nel 2038, quando la concessione volgerà al termine e qualcuno farà i conti. Ma a quel punto, undici anni saranno passati per tutti.




