Il primo parco eolico offshore del Regno Unito, North Hoyle, avvia lo smantellamento dopo vent’anni di attività
Pale ferme all’orizzonte
Guardare le pale di North Hoyle girare al largo della costa del Galles è stato per vent’anni uno spettacolo familiare. Ma il conto alla rovescia è già partito: il primo parco eolico commerciale offshore del Regno Unito, commissionato nel novembre 2003, è ora all’inizio del suo ultimo capitolo. Mentre il settore si attrezza per gestire lo smantellamento in modo ordinato – OWC e APEM Group hanno annunciato nei giorni scorsi una partnership dedicata al decommissioning offshore – i numeri dicono che circa 5 GW di capacità eolica in mare raggiungeranno la fine della vita utile tra l’inizio e la metà degli anni 2030. North Hoyle non è un caso isolato: è il primo di una lunga lista.
Il conto alla rovescia dei primi gigawatt
Secondo i dati raccolti da OWC e APEM Group, circa 1 GW di capacità appartenente ai progetti cosiddetti Round 1 – cioè la prima generazione di parchi offshore britannici, lanciata all’inizio degli anni 2000 – dovrebbe essere dismesso a partire dal 2026-2027. In tutto, i progetti Round 1 hanno una capacità complessiva di 1,2 GW e l’ultimo è stato installato nel 2013: è una flotta che ormai viaggia verso i vent’anni di esercizio.
Ma l’ondata principale arriverà poco dopo. Le campagne di smantellamento raggiungeranno il picco tra il 2032 e il 2034, quando il numero di turbine da smontare e di fondazioni da rimuovere toccherà il massimo. È una scadenza nota: RenewableUK, l’associazione di settore, stima che entro il 2035 oltre un terzo dei parchi eolici offshore del Regno Unito avrà raggiunto la fine della propria vita operativa di progettazione. In termini di potenza, stiamo parlando di circa 5 GW su un totale installato offshore che oggi supera i 14 GW: una porzione enorme della capacità eolica in mare del Paese si avvicina al pensionamento.
Per capire la scala: smantellare un parco offshore significa recuperare e smaltire pale lunghe fino a sessanta metri, torri d’acciaio alte come palazzi di trenta piani, fondazioni ancorate al fondale e chilometri di cavi elettrici. Non è un’operazione che si improvvisa, e per questo il lavoro di aziende come OWC e APEM Group – che mettono insieme competenze ingegneristiche e ambientali – è già in corso.
Smantellare non è solo un costo
La prima reazione, quando si leggono le cifre, è di allarme: togliere di mezzo una turbina eolica costa. Prendete Scroby Sands, un parco offshore di 29 turbine al largo della costa orientale dell’Inghilterra. Secondo i dati di RWE, la società che lo gestisce, il costo lordo previsto per lo smantellamento nel 2030 è di 58,4 milioni di sterline – circa due milioni a turbina. Lo stesso ordine di grandezza si applica a tutti i parchi analoghi. E non è una cifra una tantum: è un costo di fine vita che era già stato preventivato quando il parco fu costruito. I contratti di concessione prevedono che i proprietari accantonino i fondi necessari durante l’esercizio, proprio per evitare che lo smantellamento diventi un onere improvviso per lo Stato o per i consumatori.
In altre parole, non si tratta di una “bomba a orologeria” finanziaria. È semplicemente il capitolo conclusivo di un ciclo industriale pensato dall’inizio per durare venticinque o trent’anni. La vera sfida non è pagare il conto, ma organizzare le operazioni in modo da minimizzare l’impatto ambientale, recuperare i materiali e non lasciare debiti sul fondale marino. E naturalmente, applicare quanto imparato ai nuovi parchi che continuano a essere installati: già oggi i contratti per i progetti Round 4 includono piani di decommissioning molto più dettagliati.
La transizione energetica non finisce quando una pala inizia a girare: finisce quando, dopo vent’anni, la smantelliamo senza lasciare debiti ambientali. Il Regno Unito – che per primo ha investito su larga scala nell’eolico offshore – sta per mostrarci come si fa. È una lezione che vale anche per chi, come l’Italia, ha appena iniziato a costruire i suoi primi parchi in mare.




