Il congelamento dei prezzi punta sulla discesa dei costi ma rischia di escludere l’eolico galleggiante

A gennaio 2026, il Regno Unito ha piazzato il più grande ordine di eolico offshore della sua storia: 8,4 GW di capacità assegnata nell’Allocation Round 7, un volume che ha sbriciolato i 5 GW dell’AR6 e azzerato la memoria del flop dell’AR5, quando a settembre 2023 gli sviluppatori non avevano presentato nemmeno un’offerta. Con i dettagli dell’asta AR8 diffusi il 6 luglio, il governo britannico ha scelto una strada solo in apparenza prudente: congela i prezzi amministrativi di esercizio ai livelli dell’AR7 e ridisegna l’architettura dei vasi tecnologici, introducendo una categoria inedita per l’eolico in acque profonde. La scommessa implicita è che i costi continuino a scendere abbastanza da assorbire il mancato adeguamento dei prezzi. Il rischio è che le tecnologie meno mature – a cominciare dall’eolico galleggiante – restino fuori dalla porta.

Dal flop al record: il paradosso del congelamento

Per capire la posta in gioco conviene riavvolgere il nastro. L’AR5, chiuso a settembre 2023, è stato il punto più basso per l’eolico offshore britannico: zero offerte da parte degli sviluppatori, un evento senza precedenti nel programma Contracts for Difference. I prezzi amministrativi erano stati giudicati troppo bassi per coprire l’aumento dei costi delle materie prime, dei tassi d’interesse e delle catene di fornitura. Il governo corresse il tiro sull’AR6, che nel 2024 assegnò contratti a sei progetti per quasi 5 GW di capacità su fondazioni fisse: un rimbalzo netto, ma ancora lontano dai volumi necessari per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030.

Poi è arrivato gennaio 2026. L’AR7 ha chiuso assegnando 8,4 GW complessivi di eolico offshore, la più grande allocazione nella storia del programma, combinando progetti su fondazioni fisse e, per la prima volta con un peso significativo, eolico galleggiante. Un risultato che ha spiazzato anche gli analisti più ottimisti. Nelle settimane successive alla pubblicazione dei risultati dell’AR7, il 14 gennaio 2026, il dipartimento per la Sicurezza energetica ha avviato la consultazione per l’AR8, raccogliendo 79 risposte, in larga maggioranza dall’industria. La direzione sembrava tracciata: cavalcare lo slancio, magari alzare leggermente i prezzi per attrarre ancora più capacità. Invece no.

Il 6 luglio 2026, il governo ha annunciato che gli Administrative Strike Prices per l’AR8 resteranno congelati ai livelli dell’AR7 per tutte le tecnologie. Una decisione che suona come una scommessa sulla continua discesa dei costi, proprio mentre l’inflazione dei componenti e la competizione globale per le turbine di ultima generazione continuano a premere sui bilanci degli sviluppatori. Se i numeri sono così buoni, perché fissare i prezzi e cambiare le regole del gioco?

Il puzzle dei cinque vasi: chi resta fuori?

L’AR8 avrà cinque vasi, con contenitori dedicati al solare, all’eolico onshore e rinnovabile insulare (ONW/RIW), all’eolico offshore su fondazioni fisse (OFW) e al binomio eolico galleggiante (FLOW) e «altro eolico offshore in acque profonde» (ODOW). Quest’ultima categoria è una novità assoluta, introdotta dopo una consultazione governativa che ha raccolto 79 risposte, in gran parte da trade association, sviluppatori rinnovabili e aziende della supply chain. L’ODOW è pensato per progetti in acque troppo profonde per le fondazioni fisse ma non abbastanza per giustificare piattaforme galleggianti – una zona grigia tecnologica che finora non aveva un proprio spazio nel meccanismo d’asta.

La novità ha una doppia faccia. Da un lato, crea un percorso dedicato per tecnologie che altrimenti competerebbero in un vaso generico, probabilmente con poche chance contro l’eolico fisso ormai ampiamente industrializzato. Dall’altro, il congelamento degli ASP potrebbe vanificare questo vantaggio: se i prezzi sono gli stessi dell’AR7, ma i costi del floating e del deepwater non sono scesi abbastanza, il vaso dedicato rischia di restare vuoto o di attrarre solo progetti marginali.

C’è poi un dettaglio tecnico che può fare la differenza. Per l’eolico offshore su fondazioni fisse, l’AR8 applicherà prezzi di liquidazione separati in base al punto di connessione alla rete. È una misura che punta a correggere le distorsioni geografiche: un progetto connesso in una zona congestionata della rete sconta costi di sistema più alti, e finora questo svantaggio veniva appiattito in un prezzo unico. Con prezzi di liquidazione differenziati, i progetti meglio posizionati potranno offrire di meno e vincere comunque, mentre quelli in aree svantaggiate dovranno assorbire il differenziale. In teoria, è un’ottimizzazione. In pratica, potrebbe ulteriormente restringere il perimetro geografico dell’eolico offshore britannico.

Occhio al floating: il numero che conta

Per capire se la scommessa dell’AR8 sarà vincente, non basterà guardare ai volumi totali assegnati. Il governo ha già annunciato che avrà visibilità delle offerte per l’eolico galleggiante e per il nuovo ODOW: significa che esiste una soglia di interesse che il dipartimento intende monitorare. La domanda vera, quando l’AR8 aprirà le candidature più avanti nel 2026, è se i progetti di floating e deepwater riusciranno a presentare offerte competitive con i prezzi congelati dell’AR7 – oppure se il combinato disposto tra ASP invariati e nuova architettura dei vasi finirà per premiare ancora una volta l’eolico fisso, lasciando le tecnologie emergenti in panchina.

Il vero test per l’AR8 non sarà il volume totale, ma quanti progetti di eolico galleggiante e in acque profonde supereranno la soglia. Tenga d’occhio lo spread tra i prezzi di esercizio dell’offshore fisso e quelli del floating: è lì che si gioca la credibilità della transizione britannica, e forse la tenuta dell’intero meccanismo dei Contracts for Difference.