Il ddl sul nucleare apre una strada, ma i costi di rinnovabili e batterie dicono altro

La bolletta è appena arrivata, o stai confrontando un’offerta per la luce: il prezzo non scende e c’è chi ti spiega che il nucleare è la soluzione. Prima di crederci, vale la pena guardare i conti veri, quelli sui costi reali dell’energia e non sugli slogan. A settembre, un’analisi pubblicata dal Corriere della Sera metteva in fila i numeri del ritorno al nucleare e delle alternative disponibili. Per chi paga la bolletta, la distanza è enorme.

Il miraggio dei costi: nucleare contro fotovoltaico e batterie

Ma prima di decidere se conviene, bisogna partire dai numeri. Nel 2025, secondo i dati IRENA, il fotovoltaico è rimasto al livello del 2024, a 44 dollari per megawattora — cioè 4,4 centesimi di dollaro per chilowattora — mentre l’eolico onshore è sceso a 33 dollari per megawattora, circa 3,3 centesimi, e l’offshore a 78. Sono prezzi di produzione, prima di oneri di rete e imposte, ma danno l’idea: le rinnovabili producono elettricità già oggi a costi molto bassi, senza dover aspettare dieci anni di cantieri.

Dall’altra parte c’è il nucleare, con tempi e costi che raccontano un’altra storia. Prendete Flamanville 3, il reattore francese: inizialmente stimato 3,3 miliardi di euro, il progetto ha accumulato ritardi e difficoltà, e a dicembre 2022 EDF ha annunciato un nuovo costo di 13,2 miliardi di euro. Il costo di completamento, secondo i dati pubblicati da EDF, è salito a 13,2 miliardi di euro ai valori del 2015. Un solo reattore, un conto moltiplicato per quattro rispetto alla stima iniziale.

Per dare un ordine di grandezza: quei 13,2 miliardi superano la metà degli investimenti che Terna prevede per l’intera rete italiana nel prossimo decennio. E il paragone diventa ancora più sbilanciato quando si aggiungono le batterie: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, i costi delle batterie sono diminuiti di oltre il 90% in meno di quindici anni. In pratica, l’energia del sole prodotta a mezzogiorno può essere immagazzinata e usata la sera a costi sempre più bassi, colmando il vecchio punto debole delle rinnovabili.

Se questi sono i dati, perché il Parlamento ha scelto il nucleare?

Due referendum e un nuovo via libera

Già, perché se i conti dicono una cosa, la politica può raccontarne un’altra. L’Italia ha eliminato il nucleare dopo il referendum del 1987, all’indomani di Chernobyl, e quella decisione è stata riconfermata nel 2011 con un ulteriore referendum dopo l’incidente di Fukushima. Ora il percorso si è invertito: il disegno di legge della premier Giorgia Meloni che apre la strada al ritorno del nucleare in Italia dopo quattro decenni è stato approvato in Senato con 81 voti favorevoli, 51 contrari e sette astensioni.

La contromossa silenziosa: batterie, reti e fusione

Dunque il nucleare è legge, ma non è l’unica strada in cantiere. Nel 2025 Terna prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti nella rete italiana nel decennio 2025-2034: soldi che servono a collegare nuovi impianti rinnovabili e a gestire una produzione distribuita sul territorio. Sul fronte degli accumuli, i G7 si sono impegnati a contribuire a sestuplicare la capacità degli accumuli di energia al 2030, portandola fino a 1,5 TW a livello globale. I paesi G7 hanno inoltre deciso di istituire un Gruppo di Lavoro sull’Energia da Fusione per condividere le migliori pratiche e accelerare lo sviluppo di impianti a fusione.

Intanto l’Agenzia internazionale dell’energia prevede che le rinnovabili soddisfino più del 90% della crescita mondiale della domanda elettrica tra il 2025 e il 2030. La vera incognita non è se il nucleare tornerà, ma se arriverà prima che queste alternative lo rendano inutile.

Per chi paga la bolletta, il consiglio è uno: guardate dove vanno gli investimenti su reti e accumuli, non solo il ritorno al nucleare. È lì che si decide la bolletta dei prossimi dieci anni.