La maggior parte degli Stati membri non ha ancora adottato i regimi sanzionatori previsti dall’articolo 33 del regolamento UE sul

Immaginate di essere l’energy manager di un grande importatore europeo. Siete seduti al tavolo con un fornitore estero per rinnovare un contratto di gas naturale liquefatto da qualche centinaio di milioni di euro. La negoziazione è andata bene, i volumi sono definiti, il prezzo è stato concordato. Poi chiamate il vostro ufficio legale, giusto per la verifica finale: «Abbiamo il via libera sulle sanzioni del regolamento metano?». Silenzio. Perché nel vostro Paese, come nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione, quelle sanzioni ancora non esistono. Il contratto resta nel cassetto. E non è fantasia: è esattamente quello che sta succedendo in questi mesi a ridosso della scadenza del 1° gennaio 2027.

La situazione è nota alla Commissione europea, che lo scorso 20 luglio ha pubblicato una raccomandazione sull’applicazione dell’articolo 33 del regolamento UE sul metano. Il problema di fondo, però, resta tutto intero: una raccomandazione non è una legge. E senza certezza giuridica, firmare contratti di fornitura pluriennali diventa un azzardo.

La toppa non basta

Il regolamento sul metano (EU/2024/1787) è il primo al mondo a coprire anche i combustibili fossili importati, non solo la produzione interna. Un bel passo avanti, sulla carta. Ma gli Stati membri dovevano attrezzarsi con regimi sanzionatori nazionali — è l’articolo 33 a chiederlo — e a poche settimane dalla scadenza del 1° gennaio 2027 la maggior parte non l’ha ancora fatto. Gli importatori lo hanno segnalato come un fattore di rischio concreto: senza sapere quali sanzioni scatteranno in caso di non conformità, rinnovare o firmare nuovi contratti di fornitura verso l’Unione diventa un salto nel buio. Alcuni contratti esistenti rischiano addirittura la risoluzione anticipata.

La Commissione, con la raccomandazione adottata il 20 luglio 2026, ha provato a mettere una pezza. L’obiettivo dichiarato è rendere prevedibile il quadro delle sanzioni in vista della scadenza per gli importatori. Dentro c’è anche un allentamento legato alla sicurezza dell’approvvigionamento: la crisi in Medio Oriente ha spinto Bruxelles a prevedere qualche margine di flessibilità nelle disposizioni penali. L’industria petrolifera e del gas, riunita nell’associazione IOGP Europe, già a giugno aveva accolto con favore questo ammorbidimento. Ma — ed è un “ma” grosso — lo stesso IOGP Europe ha avvertito che una raccomandazione non vincolante non può dare agli importatori la certezza giuridica che serve per siglare contratti di fornitura multimiliardari. Il punto non è secondario: stiamo parlando di accordi che muovono centinaia di milioni di euro e che tengono accesi i riscaldamenti di mezza Europa.

La Commissione, intanto, resiste alle richieste di rinvio. Non vuole riaprire il testo del regolamento, nonostante le pressioni di diversi Stati membri e dell’industria. La scadenza del 1° gennaio 2027 è lì, e chi importa gas e petrolio dovrà essere conforme. Ma conforme a cosa, se le sanzioni nazionali sono un fantasma? È un paradosso che in questo momento frena i tavoli negoziali di tutta la filiera.

Il mondo va in direzione opposta

Mentre l’Europa si arrovella su raccomandazioni e vuoti normativi, fuori dai nostri confini la musica è ben diversa. Negli Stati Uniti, già a marzo 2025, il presidente Trump ha firmato la risoluzione di disapprovazione del Congressional Review Act, cancellando di colpo la norma finale sul Waste Emissions Charge. In pratica, la tassa federale sulle emissioni di metano è stata archiviata, allentando la pressione sui produttori americani proprio mentre l’Unione stringe i bulloni ai propri importatori.

Il risultato è uno scenario competitivo sbilenco. Da una parte gli Stati Uniti, che semplificano la vita a chi estrae e vende gas. Dall’altra l’Europa, che impone obblighi stringenti agli importatori ma non dà loro gli strumenti legali per sapere a quali rischi vanno incontro. Per chi deve decidere se piazzare un carico di GNL a Rotterdam o dirottarlo verso l’Asia, questo disallineamento pesa. Pesa sui prezzi, sulle scorte, sulla sicurezza energetica di un continente che ha già assaggiato cosa vuol dire dipendere da fornitori poco affidabili.

Non si tratta di scegliere tra regole e deregulation, ma di avere regole che funzionano nella pratica. Un contratto del gas non si firma sulla fiducia: servono clausole, penali, garanzie. Se manca il tassello sanzionatorio nazionale, l’intero castello normativo europeo rischia di restare sospeso per aria. E la concorrenza globale ringrazia.

Per gli importatori europei la mossa più sensata, a questo punto, non è aspettare che tutti gli Stati membri facciano i compiti a casa. Conviene anticipare il quadro: mappare i propri fornitori, valutare i livelli di emissione di metano lungo la filiera, predisporre clausole contrattuali che tengano conto del regolamento anche in assenza di sanzioni locali certe. Chi si muove prima può trasformare un obbligo normativo in un vantaggio competitivo, offrendo ai clienti finali gas certificato e contratti blindati. Gli altri resteranno con il telefono in mano, in attesa di una telefonata che potrebbe non arrivare mai.