Dopo il record del 2022, scorte ricostruite, ma la Cina accumula greggio senza sosta.

Per quasi trent’anni quella riserva è cresciuta in silenzio e senza scossoni. Basta scorrere i numeri: dal 1982 al 2009 il livello sale in modo costante, dai 270.455 dell’agosto 1982 fino al massimo di 727.000 toccato il 27 dicembre 2009. Un movimento lento, quasi burocratico, lontano dai riflettori. Eppure è proprio quella lentezza a raccontare una politica precisa: riempire il serbatoio nei periodi calmi per non dipendere dai capricci dei produttori o dagli scossoni geopolitici. La sicurezza energetica, insomma, non si improvvisava: si accumulava, anno dopo anno, come un fondo di emergenza che tutti vogliono sapere che c’è anche se nessuno spera di doverlo usare.

Se per quasi tre decenni le scorte sono cresciute senza scossoni, cosa è successo quando hanno cominciato a svuotarsi? La risposta sta in quattro decisioni, e una in particolare ha cambiato la natura del cuscinetto.

Quattro volte in cui il rubinetto è stato aperto

La riserva non è nata ieri. Già nel dicembre 1975, quando il presidente Ford firmò l’Energy Policy and Conservation Act, gli Stati Uniti posero le basi della Riserva Strategica di Petrolio, la cosiddetta SPR. Il primo carico arrivò un anno e mezzo dopo, il 21 luglio 1977: circa 412.000 barili di greggio leggero saudita. Da allora il serbatoio è stato riempito per decenni, ma anche usato. È qui che la storia cambia.

Storicamente, ricorda il Dipartimento dell’Energia, il Presidente ha autorizzato rilasci di emergenza dalla riserva in quattro occasioni. Il più significativo, e il più grande di sempre, è stato il rilascio coordinato con l’IEA nel 2022: 180 milioni di barili immessi sul mercato in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. In pochi mesi le scorte sono scese ai livelli più bassi dai primi anni Ottanta, bruciando in una sola stagione una parte consistente di quanto era stato accumulato in decenni.

Poi il serbatoio è stato gradualmente ricostituito: a dicembre 2025 la serie storica indica 726.127, appena sotto il massimo di 727.000 toccato il 27 dicembre 2009. Ma il punto non è il livello di oggi: è che la riserva non è più un cuscinetto che cresce anno dopo anno per inerzia. Il 2022 ha mostrato quanto in fretta si possa svuotare, fino ai minimi dai primi anni Ottanta, e quanto tempo serva per ricostruire ciò che si è perso. Se il serbatoio americano può scendere così in basso nonostante una storia illustre, la domanda diventa: chi, nel frattempo, sta riempiendo il proprio?

Intanto la Cina fa il pieno

Non siamo soli in questa partita. Mentre gli Stati Uniti aprivano il rubinetto e poi ricostruivano, la Cina ha fatto esattamente l’opposto, accumulando senza sosta. Secondo le stime dell’EIA sulle scorte strategiche cinesi, nel 2025 Pechino ha aggiunto in media 1,1 milioni di barili al giorno di greggio alle proprie riserve, portandole a quasi 1,4 miliardi di barili a dicembre 2025. E il quadro globale è nitido: Cina, Stati Uniti e Giappone detengono la maggior parte delle scorte strategiche di petrolio, ma la direzione di marcia non è la stessa.

Per chi in Occidente compra energia, pieno dopo pieno, o pianifica i costi di un’impresa, il segnale è piuttosto concreto. La sicurezza non è più un’eredità garantita: è una partita aperta, in cui l’altro concorrente riempie il proprio serbatoio mentre noi ci interroghiamo sul nostro. Tradotto in scelte quotidiane: non conviene dare per scontato che i prezzi alla pompa o in bolletta tornino bassi per inerzia; conviene trattare l’energia come una voce da gestire attivamente, con contratti flessibili, maggiore efficienza nei consumi o un confronto più attento tra fornitori. Il numero sul display, in fondo, si decide molto più lontano da lì.