La Corte dei conti europea segnala che gli impegni degli Stati membri non raggiungono un quinto dei 300 miliardi necessari

Guardate l’ultima bolletta del gas: dietro la voce “approvvigionamento” c’è una promessa europea rimasta a metà. A quasi due mesi dalla relazione della Corte dei conti europea, il piano REPowerEU — studiato per eliminare gradualmente le importazioni di combustibili dalla Russia — procede a stento, proprio mentre le tensioni in Medio Oriente creano nuove minacce per la sicurezza energetica dell’Unione.

La bolletta che non torna

Per capire la distanza tra i proclami e i consumi basta tornare ai numeri di partenza. Nel 2021 le importazioni di petrolio dalla Russia rappresentavano il 27% delle importazioni dell’UE. Nello stesso anno arrivavano circa 155 miliardi di metri cubi di gas russo, pari a oltre il 40% dei consumi e al 45% delle importazioni di gas. Erano cifre che rendevano l’Europa esposta alle decisioni di Mosca su prezzi e forniture, e che si riflettevano direttamente sulle bollette di famiglie e imprese. La bolletta, del resto, non è un grafico: è il punto in cui le scelte europee incontrano i metri cubi che consumiamo in cucina o nel riscaldamento.

Poi qualcosa si è mosso. Dall’inizio della guerra, la dipendenza dell’UE dal gas russo è scesa dal 45% delle importazioni complessive al 12% nel 2025. Sulla carta è un progresso notevole: meno gas da Mosca, più margine di manovra, meno ricatto energetico. Eppure, a quattro anni dall’avvio, qualcosa non torna. Se i numeri sembrano migliorare, perché il piano è fermo?

Dove si è inceppato il piano

La risposta sta nei conti. A quattro anni dal suo avvio, REPowerEU è in stallo, nonostante le varie centinaia di miliardi di euro messe a disposizione. La Corte dei conti europea mette in fila un dato che spiega l’impasse: gli impegni dei 27 Stati membri dell’UE non hanno raggiunto neanche un quinto dei 300 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi necessari per centrare gli obiettivi energetici. Tradotto: per ogni cinque euro che servirebbero, gli Stati ne hanno promessi meno di uno.

Non è solo una questione di cifre. Se gli investimenti restano così indietro, le infrastrutture e le alternative restano incomplete: meno capacità di diversificare, meno protezione dai picchi di prezzo, più esposizione quando la domanda torna a salire. La Corte non chiede soltanto di spendere di più; chiede sforzi coordinati per rilanciare il piano. E mette in guardia da un rischio concreto: evitare un’eccessiva dipendenza da un unico fornitore. Ridurre il gas russo è servito, ma se il risultato è sostituire un fornitore dominante con un altro, il problema di fondo non è risolto.

Per chi paga le bollette e per le imprese il messaggio è scomodo. I progressi dal 45% al 12% sono reali, ma non bastano a stabilizzare i prezzi. Finché gli investimenti non si concretizzano, il costo dell’energia continuerà a dipendere da decisioni prese altrove e da shock che l’Europa può attenuare solo in parte. Ecco perché la relazione non parla di fallimento ma di stallo: i soldi in parte ci sono, gli obiettivi sono chiari, quello che manca è il passo con cui i governi li trasformano in opere.

Cosa conviene aspettarsi (e chiedere)

La Corte dei conti europea non chiede solo più soldi: chiede sforzi coordinati per rilanciare il piano ed evitare un’eccessiva dipendenza da un unico fornitore. Per cittadini e imprese questa non è una discussione astratta: da qui passano la stabilità delle bollette e la convenienza di molti interventi. Se gli investimenti restano al palo, ogni progetto — dal risparmio in casa agli approvvigionamenti industriali — va valutato in uno scenario di prezzi ancora ballerino.

Non vuol dire fermare tutto. Vuol dire pretendere che gli impegni presi diventino cantieri, contratti e infrastrutture, non solo annunci. Il prossimo inverno, quando arriverà la bolletta, sapremo che dietro c’è un piano da rilanciare: la scelta informata è chiedere che i soldi promessi si trasformino in investimenti reali.