Dal 2031 quote gratuite solo a chi investe nell’UE una cifra pari al loro valore
Per ottenere l’ultimo 20 per cento delle quote gratuite, un impianto industriale dovrà dimostrare di aver investito nell’Unione europea una cifra almeno pari al valore del 100 per cento delle quote ricevute. Gratis, ma solo se paghi. È il cuore della proposta di direttiva che la Commissione europea ha pubblicato lo scorso luglio per modificare la Direttiva 2003/87/EC, quella che regola il sistema europeo di scambio delle emissioni (EU ETS). Come ha ricostruito un’analisi dello studio legale Dentons pubblicata a inizio settembre, il testo trasforma un sussidio che accompagna l’industria europea da quasi vent’anni in qualcosa che somiglia molto a un contratto con penali. È una proposta, quindi non ancora un atto vincolante, ma la direzione è chiara.
Quote gratuite, ma con ricevuta
Per capire cosa cambia bisogna partire da come funziona oggi l’allocazione gratuita. Le quote non vengono distribuite a caso: secondo le regole della Commissione sull’allocazione agli impianti industriali, un benchmark di prodotto si basa sulla media delle emissioni del 10 per cento degli impianti più efficienti che fabbricano quel prodotto nell’UE e nei paesi EEA-EFTA. In tutto i benchmark sono 54. Chi è più sporco della media dei migliori riceve meno quote di quante gliene servirebbero e deve comprare il resto sul mercato. Una logica di premio all’efficienza, insomma, che la proposta di luglio, inserita da l’analisi dell’ICAP sulla revisione dell’ETS nella ventennale storia del sistema, non abbandona ma appesantisce.
Dal 2031, cioè dall’avvio della Fase 5, le due condizioni attuali (il legame con l’audit energetico e i piani di neutralità climatica chiesti agli impianti meno efficienti) spariscono. Al loro posto arriva un obbligo unico: chi chiede quote gratuite deve dotarsi di un piano “Invest in EU decarbonisation”. Secondo il documento di analisi dell’ERCST, l’80 per cento dell’allocazione ammissibile sarebbe legato alla semplice presentazione di un piano approvato. Il restante 20 per cento, invece, arriverebbe solo dopo una verifica, entro due anni dalla fine del periodo quinquennale, che gli investimenti siano stati effettivamente realizzati nell’Unione e che i costi ammissibili raggiungano il valore economico dell’intera allocazione del periodo. La scadenza concreta, per gli impianti esistenti, è vicina: il piano va presentato insieme alle altre informazioni dovute entro il 30 settembre 2029, e poi ogni cinque anni.
Il 10% che dorme tranquillo e il 90% che fa i conti
La stessa norma pesa in modo molto diverso a seconda di dove si colloca un impianto rispetto al benchmark. I nuovi obblighi non si applicano al 10 per cento degli impianti più efficienti di un settore o sottosettore, né agli impianti a zero o a basse emissioni. Per chi è già in cima alla classifica, quindi, non cambia quasi nulla: niente piano, niente verifica, niente quote trattenute. È una scelta coerente con l’impianto originario dell’ETS, che premia chi ha già fatto il lavoro. Ma significa anche che l’onere ricade interamente su chi sta sotto quella soglia, cioè sulla grande maggioranza degli impianti, ed è lì che la proposta smette di essere un aggiustamento tecnico.
L’ERCST elenca gli effetti con una certa freddezza. Trattenere il 20 per cento delle quote crea costi aggiuntivi e una scarsità di permessi nel breve periodo, perché le imprese devono comunque restituire quote a copertura delle proprie emissioni anche mentre una parte di quelle gratuite resta in sospeso in attesa della verifica. Questo incide sulle strategie di copertura, aumenta la volatilità dei prezzi e interagisce con la riserva stabilizzatrice del mercato, la MSR. In altre parole, il meccanismo pensato per spingere gli investimenti rischia di rendere più costoso e imprevedibile proprio il mercato su cui quegli investimenti dovrebbero basare i propri calcoli. Resta poi la domanda che ogni volta accompagna i target europei: con quali risorse un impianto in difficoltà dovrebbe anticipare spese pari al valore di tutte le quote che riceve?
Non sorprende che l’industria pesante abbia reagito male. EUROFER, l’associazione europea dell’acciaio, si è opposta alla riforma e in un comunicato sulla revisione dell’ETS ha sostenuto che la nuova condizionalità introduce oneri amministrativi aggiuntivi e incertezza legale. La contrarietà dell’acciaio mostra l’attrito concreto che la condizionalità sta generando proprio tra le industrie a cui è rivolta. Bruxelles chiede di investire in Europa per tenere le quote. Ma quelle quote servono anche a competere fuori dall’Europa.
Più tempo, meno protezione dove serve
Qui la proposta mostra la sua contraddizione più evidente. Da un lato la Commissione allunga i tempi: secondo l’ICAP, l’eliminazione graduale dell’allocazione gratuita viene estesa fino al 2038 per gestire il rischio residuo di carbon leakage, cioè la delocalizzazione della produzione verso paesi con regole climatiche più leggere. Dall’altro propone di reintrodurre dal 2028 il 15 per cento dell’allocazione gratuita già eliminata. Sono due ammissioni implicite: il rischio di fuga delle emissioni non è risolto, e gli strumenti pensati per sostituire le quote gratuite non bastano ancora.
Il principale di questi strumenti è il CBAM, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Ma, come osserva la Federazione dell’industria tedesca in un documento sulla revisione dell’EU ETS, il CBAM copre le importazioni e non le esportazioni: i produttori europei continuano quindi a competere con rivali di paesi terzi che non pagano alcun prezzo del carbonio. Le aziende europee sostengono i costi dell’ETS mentre si confrontano sui mercati internazionali con concorrenti che non affrontano un costo comparabile. Sul mercato interno il CBAM riequilibra in parte la partita; fuori, no.
Il risultato è un nodo che la proposta non scioglie. Un’acciaieria che esporta e si colloca sotto il benchmark dovrà investire per tenere quote che, da sole, non la rendono competitiva fuori dall’Unione. La riforma non elimina il sussidio: lo trasforma in un’obbligazione. Il testo dovrà passare per il Parlamento europeo e il Consiglio, ed è lì che si capirà chi paga questo scarto. Per le imprese sotto il benchmark, intanto, il 30 settembre 2029 non è lontano, e non è ancora chiaro se il patto “quote in cambio di investimenti” rafforzerà l’industria europea o la lascerà a investire senza la protezione che le servirebbe sui mercati esteri.




