La proposta ridurrebbe il ritmo di riduzione delle quote di CO₂, allentando la pressione sui costi energetici ma spostando lo

La frattura europea: chi vuole rallentare e chi difende l’ETS

Il cuore dello scontro è una proposta della Commissione europea che, nei giorni scorsi, ha acceso il dibattito tra gli Stati membri. Da una parte c’è un fronte che spinge per allentare la morsa: Italia e Austria stanno guidando la richiesta di indebolire in modo sostanziale il mercato del carbonio. Dall’altra, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi continuano a considerare l’ETS una pietra angolare della strategia climatica del blocco. La posta in gioco è alta — non solo per le emissioni, ma per la tenuta della manifattura europea.

Chi chiede un freno lo fa perché guarda ai numeri della deindustrializzazione. Come ha denunciato Cefic, l’Europa sta perdendo capacità industriale a una velocità mai vista prima, e si tratta di un cambiamento strutturale della competitività che riguarda tutti i settori produttivi. Non è una questione di un singolo comparto in difficoltà: è il segnale che le regole ambientali stringono in un momento in cui i concorrenti globali viaggiano a ritmi diversi. Ma cosa significano esattamente questi numeri e meccanismi?

Come funziona davvero l’ETS e perché quei miliardi sono cruciali

Proviamo a fare chiarezza. L’ETS, attivo dal 2005, obbliga industrie energivore, produttori di elettricità, compagnie aeree e navali a pagare per ogni tonnellata di CO₂ che immettono nell’atmosfera. Il prezzo dei permessi di carbonio oggi viaggia attorno agli 80 euro a tonnellata. Non si tratta di cifre teoriche: dal 2013 alla fine del 2025, le aste del sistema hanno raccolto oltre 258 miliardi di euro. Solo nell’ultimo anno contabilizzato, il 2025, le entrate hanno superato i 43 miliardi, con circa 24 miliardi finiti direttamente nelle casse degli Stati membri. Sono soldi che i governi reinvestono — o dovrebbero reinvestire — in transizione energetica, efficienza e sostegno alle famiglie.

Il meccanismo chiave che decide la velocità della decarbonizzazione si chiama fattore di riduzione lineare (LRF): più è alto, più rapidamente si stringe il tetto massimo di quote disponibili, e più i permessi diventano scarsi e costosi. Con la riforma “Fit for 55”, adottata già nel 2023, l’LRF è stato alzato dal 2,2% al 4,3% per il periodo 2024-2027 e al 4,4% dal 2028, con l’obiettivo di azzerare le quote entro il 2039. La stessa riforma aveva anche fissato il calendario di eliminazione graduale delle quote gratuite per i settori coperti dal cosiddetto meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (CBAM), programmata tra il 2026 e il 2034.

Ecco il punto su cui si sta giocando la partita, secondo quanto pubblicato dalla Commissione europea nei giorni scorsi: la nuova proposta ridurrebbe l’LRF al 3,7% per il 2031-2035 e addirittura all’1,7% dal 2036 in poi — un ritmo molto più lento rispetto all’attuale 4,3% e 4,4%. Contestualmente, l’esecutivo europeo ha già risposto alle preoccupazioni sulla competitività consentendo all’industria pesante di trattenere più a lungo i permessi gratuiti e rallentando il declino del tetto massimo. Una scelta che un eurodeputato verde tedesco ha bollato, sulle colonne del Guardian, come “una licenza per inquinare più a lungo e a costi inferiori”.

Per capire l’impatto concreto, basta guardare alla proposta che nel 2026 ha stravolto il piano precedente sulle quote gratuite: reintroduce il 15% delle quote già eliminate gradualmente a partire dal 2028 e allunga la fase di uscita fino al 2038, quattro anni oltre la scadenza originaria. Tradotto per chi produce acciaio, cemento o fertilizzanti: più tempo prima di dover pagare il prezzo pieno del carbonio, e quindi costi operativi più contenuti nel breve periodo.

Questa consapevolezza ci porta a chiederci: cosa conviene fare oggi, per un’impresa o un cittadino?

Cosa aspettarsi in bolletta e nelle scelte industriali

Se il compromesso venisse confermato, l’effetto più immediato sarebbe una pressione meno aggressiva sui costi dell’energia e dei materiali di base nei prossimi anni. Con un LRF più basso, il prezzo dei permessi potrebbe crescere meno rapidamente, e questo si rifletterebbe sulle bollette elettriche e sui listini dei prodotti industriali. Non è un congelamento, ma un respiro. Per le famiglie, significa che alcune voci di spesa potrebbero aumentare con minore violenza nell’immediato; per un’azienda manifatturiera, vuol dire poter pianificare investimenti in efficienza senza l’acqua alla gola.

Ma il conto non sparisce, si sposta in avanti. Un LRF ridotto all’1,7% dopo il 2036 implica che il grosso dello sforzo di riduzione viene posticipato, quando i margini di manovra saranno più stretti e le tecnologie dovranno essere già rodate. Per chi oggi sta valutando se installare un impianto fotovoltaico, passare a un forno elettrico o isolare casa, il segnale è duplice: c’è più tempo per organizzarsi, ma procrastinare troppo vuol dire ritrovarsi fra dieci anni a rincorrere prezzi del carbonio comunque in salita, con meno incentivi e più urgenza. Essere onesti su questo serve: la pausa non cancella la direzione di marcia, la diluisce. Per chi ha i conti da far quadrare, approfittare di questa finestra per fare investimenti oggi, quando esistono ancora detrazioni e meccanismi di sostegno, resta la scelta più razionale.

Il rallentamento dell’ETS offre un respiro temporaneo, ma la direzione resta segnata: prepararsi oggi agli investimenti verdi significa evitare costi più alti domani, sia per le imprese che per le famiglie.