La proposta di abbinamento orario obbligatorio per lo Scope 2 congela il mercato dei PPA solari

A frenare il mercato non è una crisi di convenienza economica dell’energia pulita. È una proposta tecnica, apparentemente innocua, che sta riscrivendo le regole del gioco contabile: l’abbinamento orario obbligatorio per lo Scope 2 del Greenhouse Gas Protocol.

La trappola dell’abbinamento orario

Dietro questo raffreddamento c’è una proposta tecnica che sta riscrivendo le regole del gioco. Il GHG Protocol è lo standard globale per la contabilizzazione delle emissioni aziendali: le imprese lo usano per redigere i propri inventari, per dichiarare i progressi verso gli obiettivi di riduzione, per dialogare con investitori e regolatori. Da qualche anno la governance del protocollo sta lavorando a un aggiornamento dello Scope 2, che disciplina la contabilizzazione delle emissioni legate all’energia acquistata.

Secondo quanto comunicato dallo stesso GHG Protocol, le proposte di revisione introducono l’abbinamento orario con consegnabilità. In parole povere: un’azienda non potrà più dichiarare di aver consumato energia rinnovabile basandosi su una compensazione annuale. Per rivendicare una fornitura pulita dovrà dimostrare che l’elettricità prodotta da una specifica fonte rinnovabile è stata fisicamente disponibile nella rete a cui è connessa proprio nelle ore in cui l’azienda la consumava. Non una media su dodici mesi, ma un corrispettivo orario. L’obiettivo dichiarato è migliorare l’accuratezza degli inventari, riducendo la pratica di riportare come sostenibili consumi che in realtà non sarebbero stati fisicamente coperti da fonti rinnovabili in quelle fasce orarie.

Suona come un affinamento tecnico ragionevole. Peccato che il testo finale rivisto per i requisiti chiave dello Scope 2 sia atteso entro la metà del 2026, e che la pubblicazione definitiva dell’intero standard rivisto sia prevista solo per la fine del 2027. In mezzo ci sono due anni di incertezza regolatoria, nei quali le imprese devono prendere decisioni di investimento pluriennali senza sapere quali saranno i parametri su cui verranno giudicate.

Il risultato è che molte aziende restano alla finestra. Il dubbio non è se l’abbinamento orario verrà introdotto, ma con quali soglie, con quali flessibilità, con quali meccanismi di verifica. E siccome firmare un PPA significa vincolarsi per 10 o 15 anni, il costo di sbagliare è alto. Meglio aspettare. Il paradosso è evidente: una modifica pensata per rendere più rigorosa la contabilità ambientale sta producendo un rallentamento della transizione.

Batterie: la prossima scommessa?

L’incertezza attuale favorisce chi è già pronto a rispondere ai requisiti futuri: lo stoccaggio energetico. Se l’abbinamento orario diventerà obbligatorio, disporre di batterie per immagazzinare l’energia solare prodotta nelle ore centrali e rilasciarla quando serve sarà la chiave per rispettare i nuovi parametri. Lo stesso Cerda lo ha detto senza giri di parole: l’accumulo tramite batterie è un elemento chiave per questa transizione oraria.

Nel 2025 le incertezze sul futuro degli standard di contabilità del carbonio hanno contribuito al calo dei volumi di PPA aziendali, il primo in quasi un decennio. Non è un dettaglio: è il segnale che la macchina della transizione, per come l’abbiamo conosciuta finora, si è inceppata. Mentre le imprese rimandano le firme, i produttori di batterie e i gestori di sistemi di accumulo si trovano in una posizione potenzialmente privilegiata. Resta da vedere se le imprese aspetteranno congelate fino al 2027 o se troveranno nuovi modi per agire, magari proprio investendo in capacità di stoccaggio per mettersi al riparo da qualunque esito del negoziato.

La transizione energetica non può permettersi ritardi. Ma la chiarezza normativa è ancora un lusso che le aziende non possono concedersi.