L’incremento annunciato da Fabrizio Saggio si aggiunge ai 5,5 miliardi già stanziati dal Piano Mattei, con priorità su acqua, formazione

Vi siete mai chiesti perché l’Italia promette miliardi all’Africa mentre in casa si discute di bollette e caro-energia? Non è beneficenza: è una mossa che tocca anche il costo delle materie prime che paghiamo ogni giorno. Lo ha reso esplicito Fabrizio Saggio, coordinatore del Piano Mattei, che a fine luglio — durante un’audizione nelle commissioni Esteri di Camera e Senato — ha annunciato che nel secondo semestre del 2026 si aggiungeranno 500 milioni per progetti su energia, acqua e infrastrutture.

Dove finiscono davvero i 500 milioni

Per capire se l’annuncio di fine luglio è diverso dai tanti proclami, partiamo dalle cifre. Il Piano Mattei non nasce quest’estate: è stato annunciato al Vertice Italia-Africa del gennaio 2024 con un impegno iniziale di 5,5 miliardi di euro, e la Banca Africana di Sviluppo ne sostiene l’implementazione in 14 paesi africani. I 500 milioni di cui ha parlato Saggio sono quindi un incremento, non un punto di partenza. L’obiettivo dichiarato per il secondo semestre del 2026 è di aggiungere almeno altri 500 milioni di euro di finanziamenti per progetti nei settori di energia, acqua e infrastrutture, “sulla base delle richieste che ci provengono dal continente africano”, come ha spiegato Saggio.

Le priorità per i prossimi dodici mesi sono state indicate con precisione: l’acqua, poi la formazione e i minerali critici. Non sono scelte casuali: sono i settori in cui le richieste africane e gli interessi economici italiani si incrociano. Ma 500 milioni in più bastano a contare davvero in un continente dove altri si muovono da anni?

Il confronto con Cina e Russia

La risposta al dubbio precedente sta nel guardare chi altro è sul campo. Secondo l’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza (SWP), il Piano Mattei è una risposta strategica alla crescente presenza di Cina e Russia in Africa: un contrappeso alla Belt and Road Initiative cinese, alla Russia e a una Francia ridimensionata. Non è cooperazione fine a se stessa, insomma: è una mossa di geopolitica economica.

Il punto non è la cifra, ma l’impostazione. Cina e Russia non sono arrivate ieri in Africa: sono radicate da anni, con reti di relazioni e infrastrutture già costruite. Il Piano Mattei cerca di distinguersi concentrandosi su acqua, formazione e minerali critici — settori che toccano filiere connesse all’industria europea. I minerali critici, in particolare, sono gli ingredienti di batterie, elettronica e leghe: le filiere che alimentano anche il sistema produttivo europeo.

Resta da capire se questa strategia avrà ricadute concrete per le imprese italiane e per chi paga le bollette. Il collegamento non è immediato: nessuno riceverà uno sconto in bolletta perché è stato finanziato un impianto idrico in un paese africano. Ma se i progetti creano commesse per le aziende italiane dell’acqua e dell’energia, e se garantiscono un accesso più stabile ai minerali critici, l’effetto finisce per manifestarsi nei costi delle filiere.

Che cosa possiamo aspettarci davvero

Da qui a casa il legame sembra debole, ma le priorità dichiarate toccano cose che usiamo ogni giorno. I minerali critici servono per batterie ed elettronica; l’acqua è legata a energia e agricoltura; la formazione crea competenze tecniche locali che rendono i progetti sostenibili nel tempo. Se i 500 milioni in più si trasformano in progetti su energia e acqua, l’effetto non è immediato sulle bollette, ma sulla disponibilità e sul costo di alcune materie prime. È una connessione indiretta, ed è onesto dirlo senza promettere miracoli: nessuno si sveglierà domani con la bolletta più bassa perché è stato avviato un progetto idrico nel continente africano.

Il banco di prova saranno i prossimi dodici mesi: resteranno annunci o diventeranno bandi e cantieri? La domanda non è peregrina, perché il Piano Mattei ha già alle spalle più di due anni e mezzo di vita e l’impegno iniziale da 5,5 miliardi non si traduce automaticamente in opere completate. Quello che si può osservare da qui a metà 2027 è se i settori indicati come prioritari riceveranno davvero i finanziamenti promessi.

Per chi lavora nell’export, nelle rinnovabili o nella gestione dell’acqua, i prossimi dodici mesi sono il termometro: se i progetti partono davvero, il Piano Mattei non resterà sulla carta.