Negli Stati Uniti il recupero a ciclo chiuso resta l’eccezione: il 90% dei pannelli finisce in discarica o all’estero

Il dato di partenza è secco: secondo l’EPA, solo circa il 10% dei pannelli solari statunitensi a fine vita viene riciclato, il che significa che circa il 90% finisce in discarica. Secondo stime di IRENA e IEA-PVPS citate dal rapporto S3 pubblicato il 14 agosto scorso, gli Stati Uniti dovranno gestire circa un milione di tonnellate di pannelli dismessi entro il 2030 e circa dieci milioni entro il 2050. Il messaggio del rapporto è altrettanto netto: quasi nulla di ciò che negli Stati Uniti viene chiamato «riciclo solare» è recupero a ciclo chiuso. Dominano invece tre pratiche: discarica, delocalizzazione all’estero e camuffamento, cioè smaltimento mascherato da riciclo.

Il 90% che finisce sotto terra

L’EPA offre numeri coerenti con questa fotografia: entro il 2030 gli Stati Uniti avranno fino a un milione di tonnellate totali di rifiuti da pannelli solari; entro il 2050 saranno il secondo paese al mondo per pannelli a fine vita, con circa 10 milioni di tonnellate. Non è solo una questione di quantità. I pannelli dismessi possono essere classificati come rifiuti pericolosi ai sensi del RCRA, perché metalli pesanti come piombo e cadmio possono lisciviare a concentrazioni tali da far fallire il test di tossicità TCLP. L’EPA precisa anche che se il produttore sa per esperienza precedente che il materiale fallirebbe il test, può classificare il rifiuto come pericoloso senza bisogno di nuove analisi.

La risposta normativa è frammentata. Secondo il tracker gestito dal N.C. Clean Energy Technology Center, 35 stati hanno adottato qualche forma di politica di dismissione o gestione dei rifiuti dei pannelli; meno di 10 stati hanno regole per riciclare i pannelli dismessi, mentre 15 stati, tra cui Florida e Arizona, non hanno alcuna regolamentazione statale per la dismissione. In questo vuoto, il destino dei pannelli dipende molto dalle scelte dei singoli operatori.

Riciclo, export o camuffamento?

Il mercato del recupero non è assente, ma è segnato da un divario profondo. First Solar ha lanciato volontariamente il primo programma globale di riciclaggio del settore già nel 2005 e resta l’unico produttore di pannelli con capacità di riciclaggio interna globale e oltre 15 anni di esperienza. È l’eccezione in un panorama in cui la maggior parte degli operatori si muove secondo logiche diverse.

Un caso è quello di SolarCycle. La società ha annunciato un impianto in Georgia da 255.000 piedi quadrati con capacità di riciclare 10 milioni di pannelli all’anno, una quota stimata tra il 25 e il 30% dei pannelli dismessi negli Stati Uniti nel 2030. L’avvio previsto è di 2 milioni di pannelli all’anno, per poi crescere. Ma la crescita non è priva di intoppi: già ad aprile 2026, la Texas Commission on Environmental Quality ha emesso un Notice of Violation contro l’impianto SolarCycle di Odessa, Texas, per mancato monitoraggio degli scarichi di acque piovane.

Anche sul fronte degli standard il calendario è in ritardo rispetto al problema. SERI ha aggiunto l’Appendice G, dedicata al riciclo dei pannelli solari, allo standard R2v3 già il 31 gennaio 2024; diventerà obbligatoria per tutti i riciclatori certificati R2 solo nel gennaio 2027. Il rapporto S3 riconosce che esiste un’alternativa domestica certificata a ciclo chiuso, ma opera su scala industriale presso un unico impianto. In altre parole, il recupero a ciclo chiuso resta l’eccezione, non la regola.

Piombo, cadmio e una regola che tarda

Il costo sanitario non è astratto. Uno studio condotto dalla South Korea’s National Institute of Environmental Research e citato dal rapporto S3 ha rilevato livelli di piombo nel sangue più alti nel gruppo esposto, 4,19 µg/dL, rispetto ai 2,70 µg/dL del gruppo di controllo; il cadmio urinario era 1,32 µg/L contro 0,80 µg/L. Sono valori che spiegano perché piombo e cadmio non siano un dettaglio normativo.

C’è poi un conflitto di interessi da considerare. Una nota del white paper rivela che S3 ha fornito consulenza strategica a Comstock Inc. Nichelson, citato da pv magazine USA, ha dichiarato: «I risultati del paper si basano esclusivamente su atti pubblici citati e Comstock non ha avuto alcun ruolo editoriale nella ricerca».

La tempistica regolatoria complica il quadro. Secondo l’agenda regolatoria federale, già a febbraio 2026 è arrivata la proposta di regola e la regola finale è attesa per agosto 2027. Nel frattempo, la capacità di trattamento del piombo negli Stati Uniti è limitata: l’ultima fonderia primaria di piombo operativa, il sito Doe Run di Herculaneum in Missouri, ha chiuso già il 31 dicembre 2013. I numeri da tenere d’occhio restano i 10 milioni di tonnellate al 2050, con la data di agosto 2027 come primo vero banco di prova.