Nel 2020, i siti agrivoltaici negli Stati Uniti totalizzavano 27.000 acri e 4,5 GW di potenza solare. A novembre 2024 erano già 62.000 acri e 10 GW: più che raddoppiati in quattro anni. Eppure, due mesi fa, il rapporto IEA-PVPS ha avvertito che per queste applicazioni i metodi di valutazione tradizionali non bastano. Il punto non è la crescita, ma il fatto che gli strumenti per misurarla e garantirla viaggiano più lenti.
Due numeri, un azzardo
Il rapporto esamina tre famiglie di fotovoltaico integrato: quello negli edifici, il fotovoltaico galleggiante e l’agrivoltaico. L’attenzione è su come le condizioni ambientali e i requisiti funzionali di ciascuna applicazione influenzino prestazioni, affidabilità e durata. La conclusione è scomoda: gli approcci progettuali convenzionali, sviluppati soprattutto per gli impianti a terra, non sono sufficienti. Per queste applicazioni serve una valutazione delle prestazioni più ampia e multidimensionale. La domanda che resta aperta è cosa significhi, in pratica, questa inadeguatezza per chi oggi progetta un impianto.
FPV normato, BIPV bloccato
Dall’agrivoltaico il rapporto allarga lo sguardo anche al fotovoltaico galleggiante e a quello integrato negli edifici. Qui le asimmetrie si vedono bene. Da un lato, DNV ha pubblicato due nuovi standard per i sistemi fotovoltaici galleggianti. L’obiettivo dichiarato è migliorare sicurezza, affidabilità e prestazioni a lungo termine degli impianti FPV. Non si tratta di un obbligo di legge,
ma di standard tecnici che provano a dare riferimenti comuni a un settore in espansione.
Dall’altro lato, il BIPV resta fermo al palo. La mancanza di conoscenze e linee guida sulla progettazione ha ostacolato l’adozione diffusa della tecnologia e le sue applicazioni creative. Il problema non è solo tecnico. Il rapporto segnala la necessità crescente di definizioni armonizzate, modellazione affidabile delle prestazioni e quadri politici di supporto per il dispiegamento globale dei sistemi agrivoltaici. In altre parole: senza definizioni condivise e politiche di sostegno, anche lo standard tecnico migliore rischia di restare un pezzo di carta.
Lo stesso rapporto passa in rassegna le metodologie esistenti di valutazione energetica e ammette un limite: per le applicazioni fotovoltaiche integrate servono test rappresentativi e ulteriori dati sul campo. Tradotto: le norme corrono a velocità diverse, ma i dati non sono ancora sufficienti per dire con certezza come si comporteranno questi impianti nel tempo.
Quanto può durare un impianto senza regole?
Se le norme corrono a velocità diverse, la vera incognita è la durata. Il rapporto copre la resa energetica e i tassi di perdita di prestazioni dei moduli specifici per applicazione, oltre alle strategie di ottimizzazione per la valutazione del sito, la selezione dei componenti, la progettazione del sistema, il monitoraggio e l’operazione. Ma questi strumenti servono a progettare meglio, non a rispondere alla domanda più semplice: quanto durerà davvero un impianto agrivoltaico o galleggiante?
Le prime evidenze sul campo suggeriscono che sistemi FPV e agrivoltaici ben progettati possono raggiungere durate comparabili a quelle del fotovoltaico convenzionale. Il condizionale è d’obbligo, perché i dati a lungo termine restano limitati. Non ci sono ancora serie storiche abbastanza lunghe, né modelli affidabili capaci di tradurre le condizioni specifiche di un tetto, di un bacino idrico o di un campo coltivato in una stima robusta della vita utile. La risposta, per ora, non c’è. E proprio per questo il settore resta in attesa.
Chi progetta oggi un impianto BIPV, FPV o agrivoltaico lo fa in parte senza rete: senza dati sufficienti, senza definizioni armonizzate, senza certezze sulla durata. La prossima mossa non è solo tecnica, è politica. Servono regole comuni, serie di dati aperte e quadri di supporto che non lascino la valutazione del rischio al solo buon senso di chi investe.




